Ca’ Riviera: la nuova fuga culturale da Venezia lungo il corso del Brenta

di - 14 Giugno 2026

Se dopo giorni di Biennale, code ai vaporetti, inaugurazioni e calli congestionate Venezia comincia a sembrarvi leggermente oppressiva, basta allontanarsi una ventina di minuti per ritrovare un ritmo diverso. A Mira, lungo il Brenta, è aperta Ca’ Riviera dentro due ville cinquecentesche immerse nel verde come una piccola oasi dedicata all’arte contemporanea.

Ca’ Riviera

Presentato durante la Biennale Arte 2026, il piano escogitato da Leonardo Tiezzi e Riccardo Corò è uno degli esordi più interessanti nati in questi mesi in laguna. Il complesso nasce come una casa per artisti, mostre e residenze pensata per vivere durante tutto l’anno. Il nome ne racconta bene la natura. “Ca’” richiama le dimore veneziane, mentre “Riviera” rimanda al territorio del fiume, dove per secoli la nobiltà veneziana edificò ville, giardini e luoghi di villeggiatura.

Ca’ Riviera

La mostra di apertura a Ca’ Riviera

Ad inaugurare gli spazi è The Shape of the Self / La forma del Sé, primo capitolo espositivo nato dalla collaborazione con la galleria milanese Cassina Projects. La mostra riunisce Leonor Fini (1907–1996), Cecilia Granara (Jeddah, 1991), Yves Scherer (Soletta, 1987), Chiara Capellini (Milano, 1981) e Sedef Gali (Istanbul, 1990) attorno a una riflessione sull’identità, sul modo in cui prende forma, si espone agli altri o finisce per dissolversi.

Ca’ Riviera

Il dialogo tra le opere si articola a partire dalla presenza di Leonor Fini, nume tutelare che tiene insieme l’iniziativa. Vicina al Surrealismo ma sempre estranea ai suoi dogmi, Fini ha votato gran parte della propria ricerca alla rappresentazione del potere, soprattutto femminile. Nei suoi dipinti compaiono sfingi, sacerdotesse, creature ibride e figure androgine che sfuggono a qualsiasi definizione univoca. Le sue donne non decorano mai la scena ma osservano, dominano, seducono, si travestono. Ancora oggi il suo lavoro mantiene questa forza proprio perché ha incrinato identità e ruoli molto prima che questi temi occupassero il dibattito corrente. Yves Scherer (Soletta, 1987) affronta invece il tema ispirandosi al repertorio visivo del presente. Le sue opere osservano il modo in cui media, celebrità e social network influenzano la percezione di sé, assottigliando il confine tra realtà e finzione. Nelle sue immagini pop, tra figure pubbliche e riferimenti autobiografici, emerge una malinconia sottile, come se dietro il bisogno di esporsi affiorasse sempre la reale impietosa debolezza.

Le opere permanenti del nuovo spazio culturale di Mira

Lungo il tragitto, le opere di Chiara Capellini e Sedef Gali sono destinate a rimanere stabilmente negli spazi. Capellini contribuisce con installazioni minime che modificano ritmo, illuminazione e orientamento delle stanze, portando l’attenzione sul vuoto e su ciò che normalmente sfugge allo sguardo. Gali utilizza invece sottili veli di organza percorsi dal colore, che filtra nel tessuto e si deposita per trasparenze che cambiano a seconda della luce e della posizione del visitatore.

Cecilia Granara raccoglie uno dei momenti più intensi, all’interno della cappella nel parco. L’artista vive tra la Francia, Città del Messico e l’Italia e il suo linguaggio nasce da esperienze dirette legate alla meditazione, ai rituali collettivi, allo studio delle piante medicinali, alle pratiche di guarigione e all’osservazione dei cicli naturali. La sua pittura si è progressivamente allontanata dalla semplice rappresentazione, facendo della tela uno spazio di stati emotivi e flussi di energia. Anche il colore diventa fondamentale. Rosa acidi, verdi saturi, arancioni incandescenti e viola elettrici si diffondono sulla superficie come pollini, liquidi organici, membrane o cellule osservate al microscopio.

Le immagini emergono da addensamenti fluidi e forme biomorfe generati direttamente dalla materia pittorica. A Ca’ Riviera Granara propone, in una suggestiva installazione, una selezione di opere volte al rapporto tra essere umano, natura ed energia spirituale. All’ingresso compare l’Annunciazione, riletta come metafora di una presenza invisibile che entra nel corpo e ne altera le sensazioni. L’episodio religioso perde qualsiasi impianto narrativo restituendo un effetto organico e primordiale.

L’atmosfera del posto accompagna nel silenzio, invita alla concentrazione e alla cura. Con The Shape of the Self Ca’ Riviera definisce con chiarezza la propria direzione curatoriale sfuggendo il formato rapido della mostra-evento durante la Biennale, tentando di dare continuità a un luogo di produzione culturale e ospitalità, dove arte, architettura e paesaggio convivono spontaneamente.

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