La mostra presenta opere di notevoli artisti tra cui Roberto Al magno, Giovanna Bolognini, Nicola Carrino, Lucio fontana allievo di Adolfo Wildt insieme a Fausto Melotti che proprio nel periodo fascista e della cultura ufficiale di allora si allontanò dalla scena artistica per tornare nel dopoguerra con successo. La sua scultura, fatto mentale e libero, non poteva essere compresa in un clima legato ai valori della bellezza “romana” o alla “razza”. “Nella scultura ciò che conta è l’occupazione armonica dello spazio…” così la definisce lo stesso Melotti proponendo quindi una scultura che attraverso un suo preciso linguaggio affida la sua “forma” soltanto alla dimensione spaziale dentro la quale si inserisce, si colloca.
Accanto alla scultura di Melotti, Pietro Consagra, Ernesto Porcari ed altri ancora.
Il percorso della mostra, come scrive Flaminio Guardoni nel catalogo, vuole ripercorrere le riflessioni, le ricerche, le esperienze di un gruppo di artisti che nel dopoguerra si trovarono di fronte al problema di cosa fare e perché…
“Dobbiamo considerare che nel territorio nostrano i fattori di innovazione e di sperimentazione sono avvenuti su un ceppo culturale consapevole del proprio retaggio storico, il quale nei casi migliori guardava alle fonti non ai miti (Michelangelo e l’antico su tutti: fonti e per altri mito), e che concepiva il proprio progetto di modernità a partire da una continuità storica, che significa anche responsabilità, condivisa, e per molti versi amata.”
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