Categorie: altrecittà

E il museo va

di - 16 Giugno 2014
Il Madre ha di nuovo una collezione. E siamo solo a metà. Intermezzo è il nome scelto per il terzo appuntamento di Per_formare una collezione, che amplia e prosegue il progetto in progress dedicato alla costituzione della collezione permanente del museo. Le sale già riservate all’Arte Concettuale e Minimale, alla Poesia Visiva e alla Performance, con opere di Carlo Alfano, Carl Andre, Robert Barry, Joseph Beuys, Tomaso Binga, Douglas Huebler, Emilio Isgrò, Maria Lai, Living Theatre, Gianni Pisani, Zoo e Lawrence Weiner sono arricchite dall’opera di Vito Acconci, con la sua scritta al neon “HELP” e dai dattilopoemi di Henri Chopin, e ancora dalle polaroid di Cyprien Gaillard e dalle immagini fotografiche di Dennis Oppenheim.
Le ricerche di Fluxus e dell’Arte Povera, già documentate in collezione con Alighiero Boetti, Michelangelo Pistoletto, Piero Gilardi, George Brecht e Gilberto Zorio, si completano con Robert Filliou e Nam June Paik per Fluxus e Gianni Piacentino per l’Arte Povera. I dipinti di Marisa Merz e Francesco Clemente, in relazione alle sculture di Mark Manders e Tony Cragg (la cui opera sarà presentata al Madre entro il 27 giugno, in concomitanza con la personale dell’artista al Ravello Festival), esplorano i linguaggi della pittura e della scultura. Nuove forme di rappresentazione sono stimolate dall’intervento di Marisa Albanese (unica campana in collezione) e dall’artista americano David Robbins a cui si aggiunge l’universo immaginifico di RC Theatrum, vero e proprio teatro-museo che ospita tutti i saperi, di Vettor Pisani e un nuovo corpus di opere cinematografiche di Gianfranco Baruchello.
La scelta del sottotitolo, Intermezzo, che precede le prossime integrazioni previste per l’autunno 2014 e l’inizio del 2015, evidenzia le due direttrici che i curatori Alessandro Rabottini ed Eugenio Viola intendono perseguire. Da un lato il racconto della storia della cultura d’avanguardia a Napoli e in Campania e dall’altra ricerca sul presente e prospettiva sul futuro, attraverso l’inclusione di artisti che rispondono, con le loro nuove opere, a questa storia. Una collezione che ben sottolinea lo spirito di approfondimento e condivisione di un’identità museale che si fa narrazione multipla tra artisti e pubblico.
In concomitanza con l’inaugurazione di Intermezzo il Madre presenta la più ampia mostra personale di Francis Alÿs in un’istituzione pubblica italiana. Prodotto nel 2011 in occasione di dOCUMENTA(13), REEL-UNREEL (ARROTOLARE-SROTOLARE), presente al piano terra del museo, nella sala Re_PUBBLICA MADRE, rappresenta insieme il nucleo principale della personale e il culmine della pratica artistica di Alÿs. Nell’opera si fondono la scelta di un mezzo privilegiato per l’artista, il cinema, e l’unione fra impegno critico ed esperienza estetica. Reel-Unreel fa riferimento al soggetto sviscerato nel corso del video, due ragazzi arrotolano e srotolano per le strade di Kabul due bobine di pellicola cinematografica e con loro si svolge e riavvolge la pellicola stessa. L’intera città di Kabul è vetrina di un set cinematografico dove il classico gioco da strada del cerchio o della ruota si sostituisce ad uno alternativo, portando con se la memoria di una comunità sospesa fra disintegrazione e ricostruzione, memoria e oblio.
Dal video hanno origine una pluralità di altre opere, animazioni, pitture, disegni, collage, cartoline e “oggetti effimeri”, esposte nella sala al secondo piano del Madre, opere che l’artista definisce i “Progetti afgani”. I Color Bar Paintings evocano la difficoltà della rappresentazione afgana, rimandando alle barre colorate prodotte elettronicamente per correggere colori e luminosità sugli schermi televisivi analogici e digitali. Le barre di Alÿs intendono rimettere in questione la rappresentazione mediale dell’Afganistan contemporaneo, sospeso in una condizione di fiction occidentale. A chiudere la personale due tra le più celebri opere dell’artista belga, le uniche presenti non prodotte in Afganistan, Pradox of Praxis 1 (Sometimes Making Something Leads to Nothing), del 1997 e The Green Line del 2004 che riassume in se l’intera poetica dell’artista: «Sometimes doing something poetic can become political and sometimes doing something political can become poetic», talvolta fare qualcosa di poetico può diventare un fatto politico, e talvolta fare qualcosa di politico più diventare un fatto poetico.

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