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Fino al 14.II.2016 | Nando Toso, le forme del colore | Chiesa di Sant’Antonio Abate, Udine

di - 12 Febbraio 2016
Osava in modo timido Nando Toso (Udine, 1921-2010). In quel modo di porsi tipicamente friulano che ci rende instancabili, ma spesso invisibili, lavoratori. Non amava far vedere le proprie opere, tanto meno esporle o venderle. Preferiva regalarle a chi gli stava simpatico, a chi voleva bene. Era portato per la contemplazione e per quel fare lento, così poco avvezzo all’umano contemporaneo, ma tanto familiare al naturale. Proprio per questo, si soffermava a dipingere e a disegnare soprattutto paesaggi e nature morte, che componeva e terminava in un secondo momento, spostando qua e là le amate conchiglie e i funghi, di cui era un appassionato collezionista e raccoglitore.
La città di Udine, gli rende omaggio — fino al 14 febbraio —, con una mostra antologica suddivisa in sette sezioni, che ospita quasi un centinaio di opere fra tele, disegni e bozzetti di grafica pubblicitaria.
Grande animatore del mondo artistico udinese del secondo dopoguerra, Toso inizia a dipingere all’età di 16 anni, ma viene ricordato più che altro per i suoi ultimi lavori e per quella che venne definita la mostra-scandalo del 1943 in via Poscolle, assieme a Marcello D’Olivo e Gino Valle. Dei tre, secondo Arturo Manzano, definito dallo stesso artista, un critico-dittatore che non aveva paura di stroncare, il più maturo appariva, — nonostante le ingenue influenze impressioniste —, proprio Toso. Toso che in questa mostra esponeva uno dei pezzi più insoliti della sua produzione e che troviamo nella prima sala della chiesa di Sant’Antonio. Si tratta della Bottega del Barbiere, un interno del 1941 con una poltrona vuota e dove il maestro, come era solito, si concentra soprattutto sul colore e sulla linea che riescono a restituire una calda atmosfera d’ambiente di derivazione depissiana.

Matrice che continuerà ad essere evidente anche nelle Bottiglie del Barbiere e nella Bottega dell’antiquario, sempre dello stesso anno. In questa successione di nature morte, che appaiono più che altro degli studi per comprendere i grandi cambiamenti che stavano avvenendo in quegli anni in ambito europeo — da Cézanne fino all’Impressionismo; dal Cubismo alla Metafisica, fino a qualche incursione nell’Informale —, emerge qua e là, quel Nando Toso che sa anche osare. Quello che dopo aver fatto un passo avanti ritorna però inspiegabilmente indietro, forse per paura di quel nuovo, così difficile da accettare e che probabilmente spaventava un po’ anche lui. Lui, che amava dipingere per il piacere di farlo e per amore dei luoghi e delle tradizioni friulane, prime fra tutte quella dei baracconi, che catturavano sempre la sua attenzione e che, portando già la data 1937, risultano essere fra i primi lavori dell’autore, rielaborati poi fino agli anni Sessanta. In questi pezzi più tardi la tavolozza si è al contempo schiarita e resa più vivace. Toso qui sembra guardare sia alla pittura Nabis, al Talismano di Sérusier nello specifico, ma anche al veneto Gino Rossi, anche lui appassionato di riflessi e giochi d’acqua. Elementi questi che si ritrovano nuovamente nei paesaggi innevati in stile naïf degli anni Ottanta, come nei chiari di luna dei paesaggi sognati, dove manca, purtroppo, la malinconica Luna Calante del 1985, molto affine alla poetica intimista, notturna e visionaria di Osvaldi Licini.
Proprio in riferimento a questo desiderio di solitudine e scambio con la natura, quello che si nota già in giovane età è l’attenzione che Toso dedica alle gradazioni del verde, che trovano la loro massima espressione ne Il chirurgo del 1950. Una tavola, che è, a mio avviso, anche uno dei pezzi più seducenti di quel periodo e non solo e che raffigura, per l’appunto, un medico di profilo che guarda lontano, nel buio. Sul volto, lasciato allo stato grezzo, emergono tutte le venature. Quei segni della tavola che simulano quelli del volto, così come il colorito giallino, malsano, che sottolinea, in modo ironico, una certa inquietudine per il ruolo del medico, di cui poco si fidava. Oltre a questa, dedica altre opere al tema della ritrattistica. Si tratta per lo più, di amici e conoscenti o anche di autoritratti, nei cui volti emerge tutta la forza, la fragilità o l’introspezione del carattere (Persiane chiuse, 1948) e, dove, anche in questo caso, non sono stati esposti i più personali Maria Corazza del 1948 e Giovane con capelli neri n.2 del 1982. Con la sezione dedicata al ritratto, si chiude così una retrospettiva molto curata, affiancata da un catalogo esaustivo, da convegni e da un concerto, che si terrà il 14 maggio presso la Villa Savorgnan a Flambro, cui Toso era molto legato.
Video panoramica della mostra su Youtube
Eva Comuzzi
mostra visitata il 18 dicembre
Dal 18 dicembre 2015 al 14 febbraio 2016
Nando Toso, le forme del colore
Chiesa di Sant’Antonio Abate, Udine
Orari: da martedì a domenica 10.00 – 12.30 / 16.30 – 19.00
Info: www.arteventiudine.it

Nata nel 1977 è storica dell'arte e curatrice, collabora con MOROSO e ArtVerona. Lavora per diversi anni alla Galleria d'Arte Contemporanea di Monfalcone, specializzandosi nell'operato delle giovani generazioni. Al termine di questa esperienza, fonda NASAC (Nuova Accademia delle Arti Storico-Artistiche Contemporanee), progetto itinerante e trasversale che ha lo scopo, attraverso delle lezioni aperte a tutti, di far conoscere e divulgare le arti e la loro connessione con le altre discipline.

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