“Fragili desideri a volte indispensabili, a volte no” (Trafitto – CCCP fedeli alla linea – 1986). Non sarebbe un errore scordarsi dei convenevoli, per una volta, e lasciare a queste semplici parole il compito di enucleare il concept del progetto. Il testo citato è presenza attiva nel video di Margherita Morgantin (Venezia, 1971), ma è anche in perfetta sintonia con il clima evocativo e contemplativo dell’intera mostra.
Se il titolo, parafrasando il (non troppo noto) romanzo di Kenneth Roberts, allude ad un viaggio, ad un percorso, le opere si pongono come memorie, come tappe di un’avventura. Talvolta la memoria è diretta, autobiografica, collegata a fatti o eventi che hanno a che vedere con il personale; altre volte è registrazione di esperienze altrui. Altre ancora è legata ad un Paese, alle sue tradizioni, usi e costumi.
Tacita Dean (Canterbury, 1965) crea l’atmosfera per uno spoglio “teatro dei ricordi”. Il piccolo cofanetto ligneo sul massiccio tavolo, è il racconto di un’esperienza, una narrazione per immagini, un vecchio viaggio raccolto in piccole orme visive. Un viaggio diverso quello di Ulrike Öttinger (Costanza, 1942), un esplorazione molto più che turistica, nel tentativo di ovviare alla frammentarietà del ricordo.
Sia intima che nazionale è, invece, la memoria di Laura Matei (Bucarest, 1965). L’idolo rumeno, Nadia Comaneci, è leggero, trasparente, viene fissato sugli attrezzi del mestiere come messo in posa, rivelando freddezza nell’esecuzione ed un’inevitabile fragilità. Non vi è traccia di puro nazionalismo; piuttosto l’obiettivo è puntato sul rapporto intrattenuto tra l’individuo e l’ambiente natio, sull’influenza, a volte ingombrante, delle proprie origini.
È così che si sviluppa il quadrante narrativo di Made In, il “non” video di Daniela Kostova (Sofia, 1974). Un drappo di stoffa (da cui in seguito viene ricavato un abito) agitato come una bandiera, sul quale si riflette un luogo di culto simbolo della Bulgaria. Ma l’opera non si chiude, non ha un termine fisso, e anzi lascia spazio alle critiche severe di un’amica. Il rapporto dialettico viene affidato, da Gϋlsϋn Karamustafa (Ankara, 1946), non tanto alle parole, quanto alle immagini stesse. Tailor Made, una sfilata di danzatrici del ventre, un’esplosione di forme e colori che, prima di tutto dialogano tra di loro sulla tripla proiezione, a loro volta con la produzione degli abiti ed infine col visitatore.
Il racconto può essere traslato, lasciato alla voce altrui attraverso l’intervista come in Passage(s). Nasrin Tabatabai intraprende un dialogo con emigrata iraniana. Il loro confronto svela da un lato la triste e difficile esperienza della protagonista, dall’altro la capacità graduale dell’audio-visivo di dipingere un ritratto psicologico.
Diverso è il linguaggio e diversi gli intenti nel video-racconto dell’azione di Joanna Rajkowska (Bydgoszcz, Polonia, 1968).
Portare un palma gigante in Jerusalem Avenue a Varsavia è un forte gesto concettuale che si basa su un’immagine onirica e passeggera. Ma sapete, “…anche i bambini vengono alla luce a causa di piccoli capricci della nostra immaginazione” (da una conversazione pubblicata in catalogo tra Artur Żmijewski e l’artista).
claudio musso
mostra visitata il 18 marzo 2006
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attenzione alla propaganda politica sfruttando temi tipo donna oppressa etc, é quanto di piú disgustoso ci possa essere, si rischia di ghettizzare le donne artiste. fortunatamente di artiste presenti in eventi importanti oggi c'é ne sono tante, solo devono essere un pó di piú, l'ideale sarebbe il 50%. Ma queste cose (tra l'altro molto di moda in europa per ovvi motivi, visto che tirano finanziamenti pubblici facili facili) mi fanno un pó paura.