Conegliano, Palazzo Sarcinelli. Una sede inconsueta per l’arte contemporanea. Non quella storicizzata dei soliti lavori dei soliti maestri, che riempiono le pareti dei salotti della buona borghesia, ma quella di giovani che hanno voglia di fare, dire, sporcarsi le mani. Con l’irruenza ed il cuore sul pennello. È il caso del milanese Paolo Maggis, che pur giovanissimo (è del 1978), tiene già famiglia e dedica il proprio lavoro alla propria compagna senza la quale, come scritto nel catalogo, “nulla avrebbe senso”. E questa stabilità, che a taluni può far sorridere, sembra fare a pugni con la sua pittura corpulenta dai segni spiazzanti, in cui il disegno non esiste, ed il colore acrilico viene steso direttamente sulla tela senza alcun timore reverenziale. Uno che dipinge così deve sentire il bisogno di attaccarsi a qualcosa. Perché è il furore la prima sensazione che prende l’osservatore. Sensazione rinforzata dal numero di lavori, tutti realizzati nei primi mesi di quest’anno. Il flusso comunicativo è continuo, costante, assale il visitatore con la debordante spudoratezza propria dei mass media.
Il titolo della rassegna è evidentemente un riferimento ad uno schermo sul mondo sempre acceso, al continuo vomito d’immagini. Alla tivù e ai media che nutrono gli spettatori di visioni sempre più sfuggevoli –indistinte, senza sapore– e li alimentano fino a drogarli, a renderli, anche con gli occhi, bulimici consumatori. Ed è qui che il monitor che non riusciamo a spegnere diventa un monito contro quella condotta nevrotica, quell’insulsa dipendenza. Ecco così che le immagini dei corpi distesi, non ha importanza se prigionieri di guerra iracheni o morti di qualsiasi altra guerra, di Sotto un cielo rosso si possono tranquillamente affiancare agli esistenziali ritratti Nameless, o alle scene d’amore di A night with you, in cui l’erotismo degli amplessi sembra prendere vigore da una figurazione a cavallo tra Fauve e Die Brücke, tra de Vlaminck e Kirchner, con tratti di colore puro accostati in modo zonale, spesso in contrasto o con tinte complementari.
In my mind invece rappresenta un uomo, un ritratto generico, con le mani sulle tempie, che sembra chiedersi il senso di tutto ciò che invade ed occupa la sua (ma anche la nostra) testa; mentre nella serie Stai con me l’approccio al mondo sembra più disteso, quasi lirico, mediato dal contatto fisico degli amanti, dai baci e dalle bocche che s’inseguono. Ma il vortice d’immagini, rigorosamente vibranti e sporche, prende il volo in Amore Cane, fotogramma rubato dal film omonimo di Alejandro González Igñàrritu, dal quale Maggis compone una tela di grandi dimensioni che stende lo spettatore, dopo i mirati colpi allo stomaco dell’arancio di Guantanamo.
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daniele capra
mostra visitata il 22 aprile 2005
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