Vai a Como e ti trovi davanti un museo che non ti aspetti. Se infatti le stanze illuministe (e illuminate) di Villa Olmo sono ormai da tempo note come sede espositiva di un certo rilievo per aver ospitato negli ultimi anni –e con più che discreto successo di pubblico– rassegne dedicate a Picasso, a Miró e a Magritte, quella in corso fino al 15 luglio prossimo, se non dice in sé e per sé nulla di nuovo sul piano critico, dà però la possibilità di conoscere una parte del patrimonio di un Museo, quello Nazionale di Belgrado, che finora non era stata mai vista nel nostro Paese. Stiamo parlando della collezione messa insieme nel giro di una decina d’anni, a cavallo tra Otto e Novecento, da Paolo Karađorđević. Un personaggio, il principe serbo, forse poco noto al di fuori dei propri confini nazionali, ma appartenete ad una dinastia che ha fatto la storia del suo Paese. Il suo antenato Đorđe Petrović, soprannominato appunto Karađorđević, fu infatti tra Sette e Ottocento un eroe della resistenza antiturca e un campione dell’indipendenza serba. E nonostante Belgrado e dintorni abbiano conosciuto in seguito una violenta faida per il trono tra la casata e i loro rivali Obrenović, fu grazie ad entrambe le dinastie se la Serbia riuscì a costituire un Museo Nazionale capace da un lato di rappresentare il proprio patrimonio culturale, dall’altro di aprirsi –grazie ad un’apposita e ampia collezione straniera- ad ambizioni di respiro decisamente europeo. Fu infatti alla fine dell’Ottocento, durante il regno degli Obrenović, che Mihailo Valtrović, all’epoca direttore del Museo, iniziò la collezio
Molte di tali opere –circa 120 di cui 77 oli su tela e 47 disegni– sono esposte ora a Como nella mostra curata da Sergio Gaddi, Tatjana Bošnjak, Giovanni Gentili e Dragana Kovačić. Si parte con due paesaggi di Corot, che aprono verso la “rivoluzione impressionista” (rappresentata dalla Cattedrale rosa di Monet, dalle Bagnanti di Renoir e Degas ed evolutasi tra le tele bretoni e tahitiane di Gauguin e i lavori pensosi di Toulouse Lautrec e Signac) per arrivare -passando dai simbolisti (
Un excursus ricco che testimonia come, in quella che un tempo era considerata (in tutti i sensi) la “periferia dell’Europa”, operassero invece intellettuali e mecenati la cui lungimiranza e competenza trova ben rari riscontri nel pulsante cuore del “civile” Continente. Negli stessi anni in cui Paolo Karađorđević creava il suo museo il giovane collezionista Erih Šlomović metteva infatti insieme un’altra sorprendente collezione d’arte contemporanea, seicento pezzi tra cui lavori di Renoir, Degas, Matisse, Bonnard e di altri artisti della cerchia di Ambroise Vollard. Due patrimoni che si cercarono senza trovarsi se non finita la seconda guerra mondiale. Karađorđević, che era stato costretto a fuggire all’estero dai nazisti e arrestato in Sudafrica, non sarebbe più tornato nel suo Paese (morì a Parigi nel 1976). Šlomović fu vittima dell’Olocausto. Il Museo Paolo, tornato a chiamarsi Museo Nazionale di Belgrado, aggiunse così ai suoi gioielli quelli di Šlomović, oggi esposti gli uni accanto agli altri. E la storia, grazie a questa mostra, può essere raccontata.
elena percivaldi
mostra visitata il 15 aprile 2007
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Complimenti per l'approfondimento dei trascorsi storici del museo belgradese: è un piacere leggere articoli così puntuali.
Finalmente un articolo sulla mostra di Como che scrive correttamente i nomi slavi. Siete stati gli unici o quasi, bravissimi e precisissimi.