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fino al 16.X.2011 | Jan Fabre – Pietas | Venezia – Polo Museale Veneziano alla Misericordia

di - 20 Settembre 2011
Ore 13: arrivo nella piazza della Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia. Davanti a me la chiesa omonima del Cinquecento attribuita a Sansovino che, imponente, si staglia sulle case attigue. L’entrata è semplice: un enorme cartellone annuncia la mostra di Jan Fabre (Anversa, 1958) oscurando la vista delle opere che assumono, fin dall’inizio, un’area di mistero e di curiosità. Girato l’angolo esse appaiono nella loro grandezza e purezza: quattro statue su base marmorea lucida rappresentanti cervelli umani sormontati da simboli cristiani e pagani. Per ultima la famosa rievocazione della Pietà michelangiolesca. Sotto di esse una piattaforma dorata che contrasta con il bianco purissimo dei marmi esaltandone la preziosità. Ai lati, appesi alle colonne, dieci nidi del colore dello smeraldo formati dai gusci degli scarabei. Per avvicinarsi e ammirare le opere bisogna calzare delle apposite pantofole create apposta dall’artista. Salgo e l’impressione è di camminare sospesa a metà strada tra il mondo terreno e quello mistico. Il pavimento dorato allude chiaramente alle raffigurazioni sacre rinascimentali celebranti la Vergine in trono con Bambino, a volte con santi e committenti. L’oro lo possiamo trovare nelle vesti, nello sfondo se richiama il catino absidale, nella corona se presente, nei tessuti e nei diademi. L’oro è presente anche nelle raffigurazioni sacre bizantine in cui compare in larghe campiture presentando la figura in posizione frontale. Tutti questi rimandi alla pittura medievale e rinascimentale sono presenti alla base delle sculture. L’elemento principale è il cervello, organo umano innalzato su spessi piedistalli in marmo, scolpito con meticolosa precisione come i maestri fiamminghi insegnano. In esso sono evidenti le vene, i solchi, di un organo dalla forma elicoidale quasi antropomorfa che ricorda una persona accovacciata.

E sopra a questa troviamo una croce formata da chiodi. Questi, legati da una corda, sono i simboli della Passione di Cristo che è morto e risorto per noi. Come una spada conficcata nella roccia, così lo è questa croce dalla quale salgono le vene incorporando nella materia grigia il metallo dei chiodi.

Un particolare cattura l’attenzione: la presenza di una tarantola sulla superficie del cervello. Il ragno fu per molto tempo considerato velenoso, oggi è ormai conosciuta la sua scarsa pericolosità. Esso è qui riproposto per le caratteristiche generiche dell’aracnide che, anche se conosciuto, rimanda all’idea di malattia e di morte. Stessa presenza nella scultura a fianco sormontata da una croce latina avvolta da un ramo d’edera. Qui non ci sono le vene che avvinghiano la croce ma c’è la pianta, cresciuta sopra di essa. Il significato è il medesimo: è il trascorrere del tempo, la vita che fugge e la morte che si avvicina. È il sentimento di compassione, di pietà, che spinge l’artista a rappresentare una condizione umana inarrestabile che solo nella salda e radicata fede in Dio può trovare la sua salvezza. Non il cuore, bensì il cervello. È da qui, infatti, che sorgono le nostre più paure, le ansie, i problemi ma è anche la sede della conoscenza, della consapevolezza, dell’intuizione e della seduzione. È il centro motore del corpo che ci guida nella vita di tutti i giorni in un cammino dove in qualsiasi momento ci può essere una rinascita. La chiocciola, strisciante sul cervello, incarna la condizione più bassa dell’essere che può riscattarsi. Nella terza opera è presente l’albero della vita, incarnazione di Gesù che morendo sulla croce ci ha permesso di risorgere. Alla base un altro insetto, segno della caducità dell’esistenza umana. A seguire una rappresentazione del cervello coricato al contrario come se stesse tenendo le quattro tartarughe appoggiate per la corazza.

L’animale, associato alla saggezza per la sua longevità, non è presente sotto l’imponente massa cerebrale bensì sopra, e per di più coricato a indicare ancora una volta l’importanza dell’organo umano nella conduzione del sapere. Anche qui è presente un rimando alla morte: il verme. Esso si nutre di sostanze in putrefazione e nell’immaginario comune è associato al teschio. Proprio questo lo ritroviamo nell’ultima scultura di Fabre: la Pietà. Essa più di tutte esprime in modo esplicito il percorso fin qui seguito. Dalla figura della Vergine presente simbolicamente nell’oro del pavimento all’idea di resurrezione passando per la morte e la fede in Dio. Qui il teschio ha preso il posto del volto di Maria come fosse uno specchio di quanto sta vedendo: la morte del Figlio. In questo caso è quella dell’artista che si è sostituito a Gesù. Ella non è più la Madonna, bensì una donna che soffre della perdita di una creatura che tiene in mano il simbolo di tutta la poetica di Fabre: il cervello. Non poteva mancare la sua presenza, anche laddove esso non è elemento principale. Abbondano, invece, gli insetti sul corpo vestito dell’artista. Solo i piedi sono nudi, come segno di rispetto sacrale. Ultimo particolare: lo scarabeo sulla pancia. La pancia è il centro della vita di ogni creatura fin da quando viene messa al mondo. L’insetto è costantemente presente lungo il percorso attraverso i nidi appesi alle colonne. Essi, formati dalla sua corazza, rimandano costantemente al concetto di rinascita e di trasformazione celebrati anche nella religione egiziana. Ancora una volta, la vita.

erika prandi

mostra visitata mercoledì 6 luglio

dal 1 giugno al 16 ottobre 2011

Jan Fabre – Pietas

a cura di Giacinto di Pietrantonio – Katerina Koskina

promosso da GAMeC, dallo State Museum of Contemporary Art di Thessaloniki e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna

Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia

Sestiere Cannaregio, 3599 – 30121 Venezia

Orario: dal martedì alla domenica dalle 11 alle 20

Ingresso: libero

Info: CLP relazioni pubbliche +39 02433403 / +39 0236571438, press@clponline.it, www.clponline.it, www.janfabre.be

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