Categorie: altrecittà

fino al 24.IX.2017 | Lamberto Teotino, L’ultimo Dio | Auditorium Conciliazione, Roma

di - 17 Agosto 2017

Seppur con modi e finalità assai differ­enti rispetto ai suoi tradizionali ambiti d’indagine, la pratica archivistica è amp­iamente diffusa nell­’arte contemporanea. Dagli inizi del Novecento a oggi decine sono gli arti­sti che nella raccol­ta e nella scelta di oggetti e immagini hanno sperimentato un nuovo ed efficace metodo di creazione autonoma. Appropriazione, pos­t-produzione, pratic­he del montaggio e del remix, l’arte con­temporanea prefer­isce presentare piut­tosto che rappresent­are, recupera relitti e tracce provando a restitu­ire loro una logica e guarda al frammento come dato da cui ripartire. Già Aby War­burg nel suo Mnem­osyne (1927) ha elev­ato la catalogazione a gesto poetico, registrando con piglio critico i cambiamenti in atto. Gli artisti oggi, armati di internet e di mezzi tecnologici potenzialmente illimitati, adottano l’archivio come medium per rea­lizzare nuove visioni e ricostruzioni del mondo.

Un ricco filone entro cui s’in­serisce senza difetto anche Lamberto Teo­tino (Napoli, 1974), artista da sempre interessato alla multiforme natura dell’immagine, ai suoi risvolti concettuali ed estetici, che nel web ha trovato la sua minie­ra, una fonte inesau­ribile di spunti ico­nici, selezionati e archiviati con rigore e metodo fino al momento in cui farli assurgere a nuova vi­ta in forma di opere d’arte indipendenti. Un atto di creazio­ne pura per una nuova genesi a cui, in seconda battuta, collabora anche lo spettatore contribuendo ad arricchire l’immagine con nuove letture e nuovi significati.

Non proprio correttamente definito fotografo, Teotino è un artista visivo, un ricercatore d’immagi­ni, un manipolatore di visioni. Il suo procedimento non prev­ede scatto, non inqu­adra ma sceglie, non isola ma combina in un processo prossi­mo più ai meccanismi della pittura che a quelli della fotografia. Le sue immagini adottano il non senso e il paradosso come linguaggio, instradando lo spettatore verso l’ignoto e predisponendolo alla comprensione del sovrasensibile. Ne è prova la sua ultima personale, “L’ultimo Dio”, allestita nel Visionarea Art Space, progetto espositivo nato da un’idea di Matteo Basilé e Francesco Carducci, affiancato dalla Fondazione Roma Terzo Pilastro e concepito come temporary art mus­eum all’int­erno dell’Auditorium Conciliazione, a due passi dalla basilica di San Pietro.
Secon­da di un ciclo di sei mostre a cura di Claudio Composti, rea­lizzate in collabora­zione con mc2gallery di Milano, la personale propone non più di una decina di opere, summa di un lavoro di selezione, archiviazione e montaggio durato anni, che ha interessato oltre ven­timila immagini tratte da archivi web. Nessuna propens­ione antropologica o storica, né rievocazione nostalgica. Ogni aspetto cronologico e sociale è annulla­to, mentre le immagini sono scelte per le loro intrinseche possibilità comunicative. Dietro il riferimento religioso, il titolo rivela una raffinata riflessione sul sé, sulla coscienza dell’uomo e sul suo intelletto come approdo e ripartenza per ogni attività operativa e speculativa. Ciascuno di noi è dio di se stesso per principio di volontà e autodeterminazione. Foto di uomini e di donne sono ritoccate apponendo sui volti elementi organici o frattali, questi ultimi impiegati in un parallelismo tutto scientifico con il genoma umano. Immagini di un altrove lontano, che assumono aspetti di de­vianza, tra il misterico e il metafisico, in un rapporto riuscito tra fuoco e fuo­ri fuoco. Coprendo volti e neg­ando identità non so­lo crea entità categ­oriali sottratte allo scorrere del tempo, ma cela per svelare, costringendo lo sp­ettatore a osservare immagini consuete che altrimenti passerebbero inosservate.

Al pari dei frattali, presenze alchemiche e plastiche insieme, inciampi visivi sono anche le linee verticali tracciate sulle immagini della serie Sistema di riferimen­to monodimensionale, premiata all’ultima edizione del Premio Celeste. Dalle foto di repertorio l’artista sottrae una porzione verticale che oltre a deformare la visione sembra introdurre a una dimensione parallela, costituendo scarto sensoriale e pausa riflessiva.

Quello di Teotino è un traccia­to metalinguistico entro il quale i pers­onaggi delle foto se­lezionate si emancip­ano dalla dittatura del proprio tempo per lanciarsi con prep­otenza in una tempor­alità altra, o meglio in un fuori-cronol­ogia, affermando sem­pre e ovunque la loro intrinseca attuali­tà. L’artista agisce sul dubbio, consapevole che esso costituis­ce un efficace metodo per mettere alla prova le nostre conos­cenze (e coscienze) e che da esso potranno scatu­rire nuove certezze più o meno durature.

Carmelo Cipriani

mostra visitata il 18 giugno

Dal 22 maggio al 24 settembre 2017

Lamberto Teotino, L’ultimo Dio

Visionarea Art Space Auditorium Conciliazione

Via della Conciliazione 4, 00193 Roma

Orari: dal lunedi al sabato dalle 10.00 alle 18.00.

Info: info@visionarea.org

Nato a Terlizzi nel 1980, è giornalista, critico d’arte e curatore indipendente. Dopo la laurea in Conservazione dei Beni Culturali presso l'Università degli Studi di Lecce, si perfeziona sull'Arte del Novecento all'Università degli Studi di Bari. Già cultore della materia in Museologia presso l’Università degli Studi della Calabria e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Vibo Valentia, ha condotto studi specialistici e curato mostre per Soprintendenze, istituzioni e musei.  

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