Inauguratasi all’interno della manifestazione I dialoghi di Trani e presentata da un critico di confine d’eccezione, Achille Bonito Oliva – presente in catalogo con un’esauriente intervista inedita – la mostra, curata da Giusy Caroppo, prosegue nell’indagine psicologica dell’io, iniziata lo scorso anno con Delirio.
Il filo conduttore in questo caso è, come enunciato nel titolo, il confine, che si materializza agli occhi dello spettatore nelle immagini tenui e sfocate di Pietro Capogrosso (Trani, 1967); nell’installazione interattiva ed eterea di Victoria Vesna (Washington, 1959); nel video sensoriale di Moataz Nasr (Alessandria, 1961).
Si tratta di tre artisti fortemente radicati nel loro territorio di origine (il Mediterraneo e la terra di Puglia per Capogrosso, i Balcani per la Vesna, l’Egitto per Nasr) con tutte le implicazioni che ne derivano, ma nello stesso tempo con una vocazione universale, anche per i medium usati.
Pietro Capogrosso -artista di Trani, ma che vive e lavora a Milano- presenta paesaggi dalle atmosfere rarefatte: istantanee di scorci marini che ritraggono l’orizzonte, banchine di un molo, luoghi di confine dello sguardo, appunto. I Bunker sono invece delineati artigianalmente e dettagliatamente con legni pregiati e profumati, che danno l’esatta connotazione materica di un non-luogo di uno spazio di isolamento estremo. Con un voluto il riferimento alla violenza deturpante di queste fortificazioni costruite durante la seconda guerra mondiale lungo la linea litoranea adriatica.
Victoria Vesna -artista americana di origini balcaniche- stupisce con l’installazione Balkan Ghost, situata nella Torre Maestra: sulla nuda parete in tufo, in un ambiente totalmente buio, vengono proiettate in sequenza frasi scritte dall’artista sul tema della ricerca d’identità del suo popolo; contemporaneamente, un sensore capta e proietta con un ritmo rallentato le immagini in movimento dei visitatori, che divengono così anche attori di un’opera in continuo divenire. I confini dei corpi si scompongono e ricompongono creando un’opera nell’opera.
Il tutto, in una sorta di “equilibrio instabile” come è quello di un funambolo: metafora –non a caso- usata da Achille Bonito Oliva per definire l’artista, perennemente sospeso. Perché è proprio questo suo essere in bilico a rappresentare la salvezza dell’arte.
ilaria oliva
mostra visitata il 24 settembre 2004
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