Categorie: Mostre

Nella soglia della pittura: Bonenti, Kokanovic e Zolfaghari alla Galleria Heimat di Roma

di - 14 Marzo 2026

C’è una legge paradossale e funziona quasi come uno statement, dice che tutto l’essenziale è sempre in superficie. Perché ciò che affiora nello spazio ottico, nel campo del visibile è sempre la dichiarazione della profondità che lo ha generato. E fra i due termini non c’è separazione. Se vogliamo avvicinare la profondità bisogna guardare la superficie. La mostra attualmente in corso alla Galleria Heimat di Roma, vede Pamela Berry come autrice del progetto che mette insieme tre artisti – Manuela Kokanovic, Giovanna Bonenti, Benymin Zolfagari – che partono dal concetto della soglia per tematizzarlo come luogo dove permanere.

A primo impatto è un lavoro che, considerato complessivamente, si inserisce nel discorso che ha attraversato tutto il modernismo e il postmodernismo, dove il mezzo pittorico interroga la bidimensionalità del piano e i suoi limiti ma anche la sua permeabilità. E lo fa per rappresentarli. È un paradigma storico, questo, che ha segnato una categoria di artisti e ha portato a riflettere sull’arte in funzione del piano, dello spazio come dati fattuali, fino alla materialità assoluta del quadro e del supporto considerato come oggetto in sé.

Benymin Zolfagari, Olio su tela, 2025, 40 x 30 cm

Ora, se il piano è contemporaneamente uno spazio psichico e illusorio – la profondità -, quanto fisico e tattile – la superficie -, da lì in poi la proficua speculazione sulla forma, come astrazione dal reale o come ipotesi figurativa del reale, ha determinato una spinta tale da rivelarsi potenzialmente infinita. E che, a quanto pare, non ha ancora esaurito il suo corso. E forse non ha più l’esigenza di farlo nel tempo della contemporaneità.

Bonenti, Kokanovic e Zolfagari, con medium, tecniche e stili diversi, prendono esattamente questo punto ma lo capovolgono, se vogliamo, perché rendono “abitabile”, a misura dell’osservatore, uno spazio di transizione e risolvono l’astrazione nel linguaggio dell’ipotesi “nuova”. Nelle opere l’intento è di descrivere il passaggio, il tragitto che la forma compie quando emerge in superficie e resta un attimo prima della sua dissoluzione o, in alternativa, ci viene incontro come processo, come superficie orizzontale, vista materialmente alla distanza ma in una verticale aerea.

Manuela Kokanovic, Black Wash under a Cerulean Sky Mixed media on canvas / tecnica mista su tela / 2025, 202 x 284 cm

Il senso può essere quello di una forma sospesa, che non scioglie l’enigma e viene afferrata nel suo momento mutevole, nel passaggio fra ciò che sembra familiare, perché solo apparentemente conosciuto ma che non lo è, perché a uno sguardo successivo si rivela alieno, estraneo e si palesa come diversità inconoscibile, straniante e accidentale.

Questo tempo della sospensione, che apre all’immaginario onirico dell’inconscio, può ricollegarsi a certe esperienze novecentesche e riparare verso una poetica simbolista, o in alcuni casi, come per Bonenti, del ready-made, perfino. Ma è soprattutto quello di una sensibilità liberata dal nostro presente, che può servirsi attraverso un movimento di appropriazione, involontaria o meno, anche in chi osserva, anzi soprattutto in chi osserva, di metodologie già assorbite nell’estetica comune. E renderle coefficiente, cifra segnaletica, assimilazione per assonanza che si appoggia ai canoni, per esempio, degli azionisti americani, o di spinta primitivista, o neodada, ma solo per comodità di interpretazione, per una cronologia di servizio, per bisogno teorico.

Manuela Kokanovic, tecnica mista su carta, 2025, 35 x 50 each

La descrizione di un mondo alternativo e parallelo di oggetti, luoghi, atmosfere che abitano universi possibili, “antiforme” intuibili come realtà terrene e per qualche motivo a noi affini anche se lontane, è proprio di ogni opera. E ciascun lavoro è un universo di contenuti dotato di un proprio tipo di ordine, che può essere in ogni artista una prospettiva plausibile da offrire in chi guarda.

La mostra si presenta come un allestimento coerente dal movimento ampio e lento, che interrompe l’ideologia della composizione equilibrata, con l’accostamento a opere per la maggior parte di piccolo formato a quadri di dimensione parietale. Questa oscillazione obbligata richiede spontaneamente a chi guarda la necessità di accostarsi per vedere le opere minute e di allontanarsi per cogliere il totale.

Benymin Zolfagari, Olio su tela, 2025, 40 x 30 cm

Il dato biografico preso in esame in questo scritto svolge solo una funzione metaforica ma che Pamela Berry attualmente viva a Venezia, oltre New York e New Mexico – così come per due delle artiste coinvolte, Manuela Kokanovic, e Giovanna Bonenti -, fa saltare subito all’idea conclusiva – e arbitraria – che questa città possa porsi come il baricentro di una scelta implicita, sottesa all’intero progetto. Stabilito questo come richiamo puramente evocativo e culturale, è impossibile lo stesso non notare come il colore sia un dominio di pertinenza privilegiato per tutti e tre gli artisti, che premiano il colore, appunto, con la funzione eminente di costruire lo spazio della tela.

Bonenti, Angoli vivi, 2023, ceramica dipinta a ingobbio, 16 x 16 cm

Bonenti, oltre alle opere in ceramica viste in verticale, come quadri sul muro pur essendo sculture, predilige, in altro campione di lavori esposti, piccole tele composte con elementi formali che si bilanciano con un delicato ritmo di pieni e di vuoti. Forme quasi trasparenti, imbevute di umidità, alla deriva sul pelo di una superficie liquida, lacustre, ma allagata di un bianco puro e lattiginoso.

Manuela Kokanovic, nata a Zagabria, sembra descrivere confini, tele di margini in una sorta di tettonica a placche, caleidoscopica che disegna campi di colore. Ed è quella che più degli altri privilegia il maggiore spessore materico nel mezzo pittorico scelto, dando la sensazione di un terreno concreto e estrapolato nello spazio dell’opera.

La rivelazione, nella bellezza inedita di questa mostra, resta da conferire a Benyamin Zolfaghari, che originario di Theran e di base a Roma, vive l’esperienza dell’arte come un percorso da autodidatta ma che clamorosamente è capace di esprimere una pittura tonale di grande livello, che addirittura a prima vista può sembrare la rappresentazione mimetica e letterale di una natura morta, intima e privata, ma che invece si rivela l’astrazione di forme pittoriche che si incastrano attraverso segni scivolati, con graduali passaggi di tono e vibrazioni atmosferiche di superficie che penetra, inspiegabilmente, la piccola profondità del quadro per riemergere.

La mostra rimarrà visibile fino alla fine del mese corrente, marzo 2026. La Galleria Heimat è curata da Fariba Karimi.

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