Facendo il verso ai libri per bambini, Marina Bolmini presenta Bored paper doll, trasformando il catalogo della sua personale in un libricino illustrato con abiti da ritagliare per vestire la bambolina Bored. Un termine ambiguo che letteralmente significa annoiato, ma anche seccato, che l’artista usa sia come sostantivo che come aggettivo (boring). Un senso ludico che crea una sovrapposizione di significati che ripercorrono non solo le pagine del catalogo, ma pervadono l’intero progetto espositivo.
Il gioco prosegue coinvolgendo lo spettatore. Le opere esposte sono palesi riproduzioni di classici dell’arte contemporanea, da Warhol a Lichtenstein fino a Kelley e Beecroft. Degli originali resta intatto l’impianto, dai colori alla composizione allo stile, che subito, data la notorietà, li rende riconoscibili. Ad impersonare i soggetti delle opere di riferimento, però, è sempre la bambola Bored che, come un manichino perfetto e immobile, si sostituisce agli elementi originari. Un oggetto che può essere spostato a piacimento e con il quale siamo invitati a giocare: Play with me! è appunto il progetto del quale la bambola è protagonista. A ben guardare, questa non è certo una bambola comune, con i suoi corti capelli biondi, gli zigomi pronunciati ed il tatuaggio sul braccio sinistro, non è altro che una rappresentazione dell’artista stessa. In tal modo il gioco è anche per la Bolmini che si diverte ad entrare, appropriandosene, in opere d’arte ormai storicizzate.
Nemmeno questa volta poteva mancare la galleria virus che contamina la Galleria Marconi facendo da corollario alla mostra. Ecco che la trasformazione diventa protagonista anche nell’installazione realizzata dalla Louse Gallery, ma stavolta in senso degenerativo. Una serie di oggetti ingigantiti, dai giochi dell’infanzia a oggetti più recenti, sono disseminati lungo lo spazio. Tracce di un’esistenza che, anche attraverso una voce narrante, viene esemplificata dal titolo: Guardate come mi sono ridotto ….
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