Sono soltanto due le opere di Cimabue (Cenni di Pepo 1240/50? – 1301/1302?) in esposizione a Pisa, se si esclude la presenza virtuale -la proiezione di una diapositiva- della Maestà del Louvre. Due tavolette a tempera, forse originariamente un dittico, rappresentano la Madonna in trono con il Bambino e la Flagellazione. Provengono da Londra (National Gallery) e da New York (Frick Collection) e sono riunite per la prima volta. L’autografia del maestro fiorentino è accettata da molti critici che evidenziano la raffinata fattura, la somiglianza tra gli angeli della tavola di Londra e quelli intorno alla Madonna nella pala del Louvre.
Superata l’iniziale delusione -il titolo della mostra farebbe sperare in una più ampia presenza di Cimabue- l’esposizione è di grande interesse e corredata da un ottimo catalogo. Protagonista assoluta la pittura pisana del Duecento, quando la città era un punto d’incontro di culture diverse -cristiana, bizantina e islamica- e nel suo porto arrivavano merci e idee da ogni parte del mondo conosciuto.
La mostra presenta dipinti su fondo oro, codici miniati e lavori di oreficeria e rivendica alla città un ruolo importante nel rinnovamento dell’arte occidentale. Come Firenze, anche Pisa partecipò al mutamento culturale che attra
Un mutamento non lineare né privo di discontinuità e il percorso espositivo evidenzia bene come coesistessero indirizzi diversi. Le tavole con la Madonna e il Bambino di Enrico di Tedice (prima metà secolo XIII) hanno forti analogie con le icone bizantine: visi segnati da ombre, pose codificate, sguardi fissi e distanti, nessun contatto emotivo tra l’immagine e il devoto. Solo pochi anni dopo Giunta Pisano dipinge il Cristo crocefisso con un’intensità emotiva che in pittura non ha precedenti.
Le novità iconografiche sono a volte evidenti, altre volte meno percettibili. Molto è affidato all’occhio (se allenato) dello spettatore perché l’esposizione è piuttosto avara di notizie e di pannelli esplicativi. Che invece sarebbero molto utili per cogliere –ad esempio- nelle croci dipinte il significato del passaggio dal tradizionale Christus Triumphans con gli occhi aperti, Dio vittorioso sulla morte (come nella croce di Michele di Baldovino del museo di Cleveland) al Christus patiens, uomo sofferente (di cui sono splendidi esempi le croci di Giunta). Sulla croce Gesù è rappresentato morto con la testa incassata tra le spalle, il corpo vistosamente arcuato e segnato dalle ferite. Un’immagine più drammatica rispetto al Cristo dormiente di matrice orientale con gli occhi chiusi, ma privo di segni di sofferenza (la Croce n. 20 di un anonimo pittore greco-pisano).
Al termine del percorso un polittico della bottega di Giotto dipinto su entrambe le facce: un nuovo, deciso, punto di svolta. Eleganti passaggi cromatici, la riscoperta della tridimensionalità, l’attenzione rivolta all’antichità classica e non a Bisanzio. Ma questa è già storia fiorentina del XIV secolo.
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antonella bicci
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