Il percorso artistico di Paolo Conti inizia a delinearsi dagli anni Settanta, nel momento in cui a trionfare sono l’happening e la musica aseriale di John Cage, dal quale rimarrà fortemente influenzato. Sulla sua formazione culturale incidono anche gli studi di fisica, matematica e astronomia che lo portano a creare strutture artistiche complesse e regolate da criteri scientifici. L’arte s’incontra con la scienza e condivide con essa la capacità di cogliere, mediante intuizione, le strutture del reale, che nell’elaborazione artistica si uniformano fino a formare un’unità compiuta.
Nel 1972/73 compaiono i primi “rottami” intitolati I prigionieri: sono ritagli di ferro trovati nei luoghi di recupero industriale. Materiale di scarto, ciò che resta ai margini delle lamiere dopo uno stampaggio. Ciò che la tecnologia stessa rifiuta: ritagli metallici di pezzi “utili” che non hanno mai avuto un uso né vita effimera, “negativi dell’industria”, come li aveva definiti il critico Renato Barilli nel 1971. Nonostante il recupero di materiali trovati, di ascendenza duchampiana, le opere di Conti sono fatte di oggetti che non hanno né una conoscibilità precedente, né una funzione per così dire “ordinaria”. Quando Duchamp espose i suoi ready made aveva scelto materiali utili alla civiltà della merce, per poi ri-pensarli in modo da caricarli dello status di opera d’arte. Conti compie un processo opposto e allo stesso tempo complementare: il suo “rottame” è astorico perché privo di riconoscibilità. Quindi stimola un atteggiamento empirico: non è possibile ri-conoscerlo, ma solo conoscerlo.
Conoscerlo da zero, ab origine, per un nuovo approccio alla realtà, che vuole giungere ad una “nuova identità del reale”.
Il passaggio alla pittura, alla quale approderà solo negli anni Novanta, lo porterà a scoprire forme nuove: i rottami sono ora usati come mascherine, che incastrandosi fra loro danno vita a tondi, lunette, triangoli, che la vernice fissa sulla tela come fossero tracce. Come fosse l’ombra di quei rottami a proiettarsi, come se questi riuscissero a lasciare la propria impronta nei pigmenti.
valentina rapino
mostra visitata il 2 giugno 2005
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