In occasione del Giorno della Memoria, con il sostegno dell’Assessorato alla cultura, è stata presentata nel capoluogo orobico la recente produzione del noto artista sudafricano. Offrendo ancora una volta la possibilità di godere della straordinaria cornice del Teatro Sociale, testato e apprezzato spazio espositivo non convenzionale.
Questa volta l’allestimento è assolutamente sobrio. Niente si frappone tra l’occhio di chi guarda e la proiezione. Nessun fronzolo, nessun percorso e persino nessuno schermo; è la parete irregolare del fondale ad accogliere i disegni animati. L’opera, già presentata al Castello di Rivoli in occasione di un’antologica, non subisce negativamente la scelta espositiva, anzi ne risulta esaltata, per effetto della sua costante indefinitezza.
“Questa apertura al cambiamento e alla ‘non definizione’ del linguaggio è una posizione estetica basata su una visuale politica: il rifiuto in tutte le forme di messaggio chiaro e assoluto, come accade nella pubblicità. Il processo di elaborazione rimane visibile, con un andamento spasmodico (temperato dalla musica), e induce lo spettatore a percepire le sconnessure parziali e temporali del disegno, piuttosto che creare l’illusione del movimento.” Così parlava Carolyn Cristof Bakargiev nel testo in catalogo della mostra torinese, e proprio così va letto formalmente il sincopato e indeciso procedere dei frame compositivi.
Le tracce delle cancellature assumono, secondo questo modello interpretativo, il ruolo di metafore della cancellazione della memoria, paradigmi estetici di un’indotta amnesia.
Soho Ekstein, così si chiama il protagonista (e osservatore privilegiato), imbracciato un binocolo, rivolge il suo sguardo verso una spiaggia.
Le onde si accavallano bagnando le figure-simbolo di un mondo stigmatizzato dalla sofferenza. La vacca grassa, opulenza capitalista, si asciuga fino a ridursi ad un’ombra scheletrica di sé stessa. L’universo dei carboncini di William Kentridge è in continua mutazione, nulla è quello che sembra, o meglio, tutto viene costruito, cancellato, riadattato e di nuovo ricomposto.
Un video che incarna l’anima digitale, tecnologica, con continui riferimenti però agli albori del medium-cinema, talvolta velati, altre invece chiari omaggi a personaggi di spicco dei primordi del cinematografo (Fragments for Georges Méliès, 2003). Un messaggio ironico e tagliente come il vignettismo di Daumier, freddo e incisivo come le atmosfere della Neue Sachlichkeit (Nuova Oggettività), ma senza il turbamento di un impegno politico schierato.
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claudio musso
mostra visitata il 3 febbraio 2006
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Musso, e datte na calmata con gli articoli!
pare che su exibart ce scrivi solo tu!