Le sponde del Lago Maggiore conservano le tracce della vita di Vittore Grubicy De Dragon (Milano, 1851-1920). Una storia particolare, la sua. Nasce mercante d’arte, subentrando con il fratello Alberto nella direzione di una galleria meneghina, la Pedro Nessi & co., promotrice di alcuni esponenti della scapigliatura e talent scout di giovanissimi divisionisti allora misconosciuti (Giovanni Segantini, Emilio Longoni). Poi accade qualcosa. Durante uno dei suoi innumerevoli viaggi –stavolta in Olanda- incontra la pittura fiamminga, ma, soprattutto, Anton Mauve, che chissà per quale lazzo del destino, lo introduce al colore, lo istiga all’arte. Distogliendolo dal mercato, dirottandolo sul cavalletto.
Tornato in Italia, Vittore rompe il sodalizio con il fratello, dedicandosi a tempo pieno alla nuova attività e iniziandone anche un’altra come pubblicista sulle pagine de “La Riforma”, di Primo Levi. Siamo nel 1889 e Vittore ha quarant’anni. Dal 1891 in poi pendola tra Milano e la sua residenza di Mizzinia, località sulle alture dirimpetto Verbania. Lì, immerso nella dolorosa bellezza di paesaggi maestosi, si reinventa in toto, dandosi ad una pittura -perfettamente ascrivibile, cronologicamente quanto stilisticamente, nella prima generazione divisionista– emozionale, attenta alla resa di effetti luministici crepuscolari e notturni, strascicando retaggi dalla scapigliatura. Indizi di una filosofia decadente, in cui l’essere umano, il grande assente dei suoi quadri, soccombe o scompare. Tuttavia dipinge con un procedimento rigoroso, realizzando, durante la sua permanenza lacustre invernale, bozzetti, studi, acquerelli, che poi avranno una sintesi divisionista nei mesi estivi, trascorsi a Milano. Andando oltre l’opera, inserendo nei suoi paesaggi cartigli esplicativi, foglietti, o
Il Museo del Paesaggio di Verbania, di cui fu promotore e mecenate, donando Il cimitero di Ganna, gli dedica, basandosi sul catalogo ragionato concluso dieci anni or sono da Sergio Rebora, una nutrita retrospettiva di sessanta opere. Un racconto appassionato, esauriente sui luoghi di Vittore, con un‘attenzione particolare al periodo trascorso a Mizzinia, la musa ispiratrice per eccellenza. Della sua arte, dei suoi spasimi.
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