La carriera di artista-progettista di Getulio Alviani (Udine, 1939) –ben ricostruita in questa antologica curata da Giacinto di Pietrantonio- si sviluppa negli anni ’50-‘60 nel mondo dell’industria. Dall’incontro con altri giovani artisti nella rassegna Nuova Tendenza e dalle riunioni al GRAV di Parigi scaturisce l’idea di “predeterminazione progettuale” dell’arte programmata e di “sintesi tecnica tra luce e dinamismo” dell’arte optical e cinetica. Il rigore e la precisione della progettazione funzionale regolano tutta la produzione di Alviani: “i concetti prendono forma di punti, linee, colori, volumi, rapportati a livello geometrico elementare, dinamici nel loro sviluppo.”.
Il suo intento è di sollecitare una reazione delle percezioni cerebrali e visive dello spettatore, come nelle serigrafie bicolori fifty fifty su cui, a seconda del punto di vista, si ha l’impressione che la zona campita con uno dei due colori – in realtà ripartiti su superfici equivalenti- sia più estesa dell’altra.
Voltes IV dell’artista guest John Armleder (Ginevra, 1948), è un’installazione optical che riprende il tema dell’interrelazione tra luce, forme geometriche e movimento. Nello spirito del gruppo Ecart, Armleder coinvolge lo spettatore in una suggestione d’ipnotizzanti cerchi concentrici di neon che si spengono e accendono ad intermittenza. Analogamente, entrando in uno degli ambienti cinetici di Alviani come Interrelazione Cromospeculare, sembra di perdere il senso dell’orientamento e si viene catturati dal gioco di riflessi, dalla luce diafana e dalla moltiplicazione delle immagini. I movimenti del visitatore fanno ruotare i nove pannelli d’acciaio specchiante, modificando sia le immagini riflesse che le combinazioni dei quattro colori primari delle pareti che circondano la struttura, arrivando a confondere il reale con il virtuale.
L’immagine muta al cambiare del punto di vista anche sulle superfici a texture vibratile. Le lamine di alluminio, il cui modulo si ripete sulle superfici, sono state fatte fresare e lucidate per creare micro-zigrinature curve, come sottili graffi regolari. A seconda della disposizione delle lamine e dell’angolo visuale, un gioco di rifrazioni luminose sulla superficie crea illusorie profondità ed effetti tridimensionali.
Le opere di Alviani sono riproducibili in serie come oggetti di design ma, benché moltiplicabili perché nate da una programmazione esatta, la loro superficie non ha una forma fissa poiché è insita in essa una molteplicità fenomenica.
Le prospettive immaginarie fanno vedere forme che materialmente non esistono e combinazioni di geometrie infinite: così, come la materia per Getulio Alviani non è finita, allo stesso modo nemmeno l’opera ha una conclusione. Ed è il visitatore a completarla, modificando ogni volta il proprio punto di osservazione.
francesca ricci
mostra visitata il 24 ottobre 2004
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