La grande antologica che Palazzo Forti dedica allo scultore Alik Cavaliere (Roma, 1926 – Milano 1998) è un lavoro di profonda analisi e ricerca. Artista ribelle, refrattario ad ogni ordine prestabilito, e pertanto difficile da inglobare in qualsiasi tendenza, Cavaliere procede con il suo metodo. Un metodo anarchico: il ritorno al disordine. La sua opera è ironica, a tratti melanconica, ma l’atteggiamento non è mai drammatico, né pessimista o rinunciatario.
Nel suo lavoro ha coniugato realismo e surrealismo, fisica e metafisica. Ha guardato a grandi maestri, quali De Chirico e Magritte, all’esistenzialismo di Giacometti, con il quale ha condiviso il tormento della precarietà umana. Ha trovato punti in comune con il Neo-Dada e con la Pop Art, quest’ultima ripresa in modo inequivocabile nell’episodio Gustavo B. Post Mortem, dove lo sguardo si posa anche sulle lattine di mostarda Sperlari. Ma alla fine ha proseguito da solo, protagonista unico della sua arte.
Per Cavaliere la scultura è una forma di teatro, una narrazione che si sviluppa nello spazio. Questi concetti, tratti distintivi di tutta l’opera dell’artista, sono ben distinguibili ne Le storie di Gustavo B. (1960-62), un’opera strutturata come un racconto-scultura a puntate. Il protagonista, Gustavo, è un uomo anonimo, senza qualità, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. Nell’esposizione veronese lo possiamo seguire nei vari momenti della sua vita: l’abbandono del paese, la ricerca di un lavoro, l’amore per la signorina Bene. Gustavo B. appare perdente fin dall’inizio.
Tra lui e il resto del mondo ci sono continui ostacoli che Alik Cavaliere traduce con muri di vetro, transenne, pareti, grate, specchi. Da qui all’altro aspetto, quello della gabbia, il passo è breve. Caratteristico di tutta l’opera dell’artista, lo si può vedere nei complessi allestimenti della mostra. È un tema che si trova in Apollo e Dafne (1971), nel ciclo di opere W la libertà (anni 70), in A e Z aspettano l’amore (1971), ne I processi: dalle storie inglesi di Shakespeare (1972), in Pigmalione (1986-87), Le riflessioni di Narciso (1988), la serie degli alberi (anni ’90) e della Donna Corteccia (1990).
Imprigionati in una gabbia, i personaggi, così come gli alberi e la natura stessa, si protendono all’esterno andando oltre la loro prigione, il loro limite, l’impedimento. Nell’opera I Processi la Natura non è solo chiusa in gabbia, ma è addirittura capovolta, con le radici rivolte al cielo, in modo del tutto innaturale.
Ciò nonostante appare come la vera protagonista, l’unica forza attiva. Proiettata verso l’esterno, la Natura trova comunque un modo per superare l’ostacolo; quell’ostacolo con cui ognuno di noi, nella vita quotidiana, si scontra.
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alessandra giacometti
mostra visitata il 20 ottobre 2005
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