Il cinema è una cripta che brilla nel buio. È un luogo compreso in un altro, eppure separato da quella stessa vita che gli dà origine. E ogni film, proiettato all’interno, è una sospensione parallela al tempo. Ogni fotogramma è una storia che contiene una fetta di immaginario e una di reale. Chi ne strappa un pezzo, chi tiene per sé un frammento di pellicola, non sottrae solo un’immagine. Chi se ne ritaglia uno spazio, per far correre liberi, non recintati, i ricordi, compie un’operazione intro-proiettiva. Una riappropriazione debita che snatura e simbolizza lo script del fluido diegetico, bloccandolo. Asservendolo. E infine deformandolo, in un tragitto verso il reale.
Nella pittura di Sarah Ledda (Aosta, 1970) ognuno di questi passaggi narrativi si impasta con un impianto pittorico terso e ingannatore insieme. Ogni dipinto dell’artista, di origini palermitane, s’ispira ad un fotogramma preso da film degli anni Cinquanta. Pellicole con le quali da ragazza ha fatto scuola di emozioni. È su queste gravide storie hollywoodiane che Ledda ha adagiato i sentimenti alle pareti dei confini percettivi. Ed è ancora attraverso lo schermo che tuttora l’artista trasferisce la realtà nella propria interpretazione pittorica. Riflettendola.
Così grazie ad attori noti che vivono per catarsi i drammi del quotidiano, la lente indagatrice di chi osserva fa reagire l’occhio come se si trovasse non all’interno di un dipinto, ma racchiuso in una bolla. In un microclima. Le malformazioni volute di pose, smorfie e volti (Vernice, 2006) non sono solo il moto naturale di adattamento e trasposizione della pellicola, dal formato cinemascope a quello televisivo. Ma sono anche il sintomo del tempo, il segnale dell’esistenza di una piega delatoria, di quella ruga voluta che il pennello di Sarah Ledda restituisce, al di là della scena dipinta (Soccorso da un insolito pensiero, 2005).
Spesso alla base della scelta dei soggetti non c’è una vera e propria ricerca semantico-tematica. Per questo motivo, ogni dipinto è slegato dall’altro, sia nell’intento rappresentativo che in alcuni casi (La cattiva strada, 2007) anche nella stesura compositiva. Il vero collante di questi dipinti sono alcuni semplici snodi che la Ledda affronta con autonomia gestuale anche se con estrema compattezza narrativa. Le donne, ad esempio, le grandi attrici di sempre, sono la principale attrazione del teatro pittorico. E ancora, il formato rettangolare orizzontale, che appartiene a tutte le tele, aggancia l’intera produzione al contesto cinematografico d’ispirazione, peccando a volte per intensità.
Quello che invece stupisce per varietà è la densità gestuale nella stesura del colore. Nei grandi formati (Elementi per un’annunciazione, 2006) il pennello respira, più rotondo, veloce e dermico, senza eccessive inflessioni o ripensamenti sui dettagli. Nei piccoli formati (F.A.Q., 2006), con la medesima forza, il tratto si fa più minuto, iper-figurativo, mettendo da parte quelle sfocature e quelle polverizzazioni uniche nel loro genere. Quei vapori che tanto differenziano la vita immaginata dalla vita delle immagini, quelle aure che ancora regalano un codice d’impressione della verità.
ginevra bria
mostra visitata il 17 marzo 2007
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