Per dare significato alle fotografie di Marina Giannobi (Monza, 1965; vive tra Genova e Milano) si è ricorso -nuovamente- all’antica querelle fotografia/pittura. Dibattito impolverato e noioso che, alla bisogna, viene ciclicamente riproposto ed enunciato come se non fosse stato mai superato e archiviato (definitivamente). In realtà, per alcune opere fotografiche, diventa irritante -addirittura riduttivo- cercarne l’avallo in una delle somme Arti, nello specifico la Pittura, come se la derivazione (o un calzante confronto) ne fosse un valore aggiunto. Perché il vetusto paragone oramai non ha più ragion d’essere. L’autonomia, la fotografia se l’è conquistata, con fatica, bisogna ammetterlo, ma ormai è lì, nell’Olimpo delle Arti. Perché la macchina fotografica è lo strumento che permette di parlare e di esprimere riflessioni e ricerche e stati d’animo, alla stessa stregua di un pennello o di uno scalpello. E infatti Marina Giannobi non la sente come estranea da sé, ma addirittura come un “corpo unico”, come lei stessa sostiene.
Partendo finalmente da questo definitivo assunto, ci possiamo porre di fronte alle opere con mente sgombra da preconcetti e respirarne le intenzioni. La fascinazione più grande suscitata dalla fotografia è quella evocativa, di memoria, di conservazione di attimi e di atmosfere, a volte nette, ma, il più delle volte -a distanza anche di pochi attimi- i momenti e le atmosfere appena trascorsi diventano evanescenti e fumosi. Lo scatto aiuta a mantenerne il ricordo e, quelle persone e quei luoghi che sono stati condivisi e che hanno attraversato il nostro cammino, anche solo per un istante, non cadono nell’oblio e concorrono a raccontare (e ri-costruire) quella quotidiana storia individuale.
Portando alle estreme conseguenze le potenzialità tecniche della fotocamera digitale, trasgredendo tutti i principi della corretta esposizione e inquadratura, l’artista vuole superare la staticità dello scatto, facendo diventare il “mosso”, ottenuto con lunghe esposizioni, co-protagonista dell’immagine. Come a sottolineare l’eterno scorrere del tempo e il naturale movimento di tutto ciò che ci circonda. L’estremizzazione della tecnica permette all’artista di ottenere originali risultati “in blu”, “in rosa”, “in grigio”. Alcune fotografie sembrano ottenute guardando attraverso un vetro bagnato dalla pioggia, altre sembrano la trasposizione di immagini oniriche, altre ancora il trasferimento delle evanescenti ombre che si allungano al calar della notte, come diaboliche o angeliche figure, che rimangono impresse come i colori di una scintigrafia. Vengono volutamente eliminate le coordinate spaziali, affinché sia difficile distinguere geograficamente il luogo, in un’universalità di stati d’animo e di vissuti.
I luoghi scelti sono quelli che ciascuno di noi frequenta durante la sua giornaliera attività e che, per questo motivo, sono svuotati di significato. Significato e valenza invece riconsegnati dallo scatto di Marina Giannobi: uffici, stazioni, bar, discoteche, parchi, alcuni dei quali resi più reali attraverso il light-box. E, poichè ogni momento è unico e irrepetibile, anche lo scatto è unico, senza copie, senza correzioni e manipolazioni, accolto nella purezza della sua impalpabilità.
daniela trincia
mostra visitata il 15 maggio 2007
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di una banalita' senza fine.
per non parlare della recensione.
almeno studiatevi un po' di storia della fotografia se non avete voglia di studiarvi la storia dell'arte.
Tremenda!!!! Orribile!!!
fichissima supermarina!!!!!!!!!!
Interessante ricerca nella fotografia degli spazi architettonici interni, che riprende e sviluppa - senza alterazioni nel trattamento dell'immagine - le sperimentazioni sulla visione rapida/rallentata di Laszlo Moholy-Nagy.
Premesso che:
"Le opinioni sono come le palle. Ognuno ha le sue" (Clint Eastwood).
Questo foto sono espressione di una forte tensione emotiva e di un'estetica suggestiva, anche se risultano immediate, facili: pop. Non penso siano di una "banalità senza fine", "tremende" e "orribili" con sei punti esclamativi (quelli sì alquanto discutibili).
"Sono riuscito a dispiacere universalmente e in maniera sempre nuova" (Guy Debord).
L
Immagini che muovono e commuovono: trovano la propria identità perdendola, non cercandola. Indeterminatezza da non luogo contemporaneo.
“Io non m'impegno tanto a sostenere la mia verità, quanto a viverla” (R.P.).
Banalità? Banalità alla Ramones (non studia, fa la storia).
Gabba Gabba Hey!
Un filtro assolutamente affascinante. Gusto estetico e intuizione. Attimi di un mondo sovrapposto e coesistente alla realtà che solo un'anima sensibile può dare.
Fantastiche.
Le fotografie di Marina, sono occasione di visione della vita che ti rimangono impressi nella mente e nel cuore!
stati di agitazione, ma anche corpi che diventano fluidi, morbidi, che si fondono nell'ambiente circostante. La Giannobi non dev'essere una persona "statica", me la immagino un po' come le sue foto: in continuo movimento, un evolversi di idee e tensioni.
Cervelli statici=immagini statiche. Tremendo
gabba gabba a tutti
g