Non è la materia la vera protagonista di Material. Strano a dirsi, visto l’abbondare di elementi eterocliti a cui il fruitore d’arte contemporanea è ormai abituato ed in qualche modo assuefatto. Da quando un bianco orinatoio, intitolato Fontana è stato esposto, l’appassionato d’arte è stato informato del fatto che il concetto elaborato da un artista se ne frega bellamente di tavolozza e pennello e si invera attraverso tutte le opportunità offerte dagli strumenti della società. Grazie agli elementi della natura introdotti da tanti atteggiamenti poveristi, alle tecnologie e ai nuovi media postmoderni, alla de-materializzazione dell’arte in pratiche performative e bodyartistiche, quale smaliziato spettatore, oggi, può mai rimanere sedotto dall’accorpamento di oggetti il cui comune denominatore è l’extra-artisticità? E soprattutto, è possibile realizzare un florilegio di materiali quando nessun censimento potrà mai rendere omaggio alla quantità di fattori potenzialmente artistici, cioè infinita? Eppure lo stesso osservatore scaltrito potrà ancora avere un certo guizzo nello scoprire dove Material ha trovato il suo allestimento. Nientemeno che in un’azienda, uno dei tanti templi del pragmatismo, delle strategie di mercato, del profitto.
Piace pensare ad un’ipotetica delegazione cinese, seduta al tavolo per discutere di prezzi e di merci, distratta dal topolino rosa di Silvano Tessarollo (Bassano del Grappa, 1956), caduto dal suo monopattino, col naso bendato e il pannolino fuori posto; oppure da un essere ibrido, il Tetracornus amorosus di Dario Ghibaudo (Cuneo, 1955), animale nato dalla creatività dell’artista, alla maniera degli innesti vegetali improbabili di Joan Fontcuberta, adagiato in una teca e accompagnato da una didascalia dal sapore ottocentesco, frammento di quel “Museo di Storia Innaturale” nel quale l’autore sembra biasimare la follia di un’eugenetica destinata alla catastrofe. Cosa penseranno i lavoratori scesi al bar per la pausa caffè, trovandosi di fronte ai quadri in plastilina di Natacha Anderes (Pully, Svizzera, 1971), Paesaggi in mutazione che possono essere trasformati per rincorrere la somiglianza coi quartieri in costruzione che rappresentano? E che diranno del parallelepipedo site-specific, composto di migliaia di elastici annodati con certosina pazienza, teso attorno ai pilastri della sala centrale della ditta, di Nicola Renzi (Perugia, 1972)?
Indubbiamente l’arte contemporanea va ad espletare una funzione di biglietto da visita chic, ma è probabile che le opere dei giovani, insieme a quelle degli “storici” Gino De Dominicis (Ancona, 1947-Roma, 1998), Philip Corner (New York, 1933), Hermann Nitsch (Vienna, 1938), possano essere d’ispirazione per i designer, e non solo, di Gamma Due. Per una volta, e si auspica non sia l’ultima, due mondi agli antipodi si incontrano: la concretezza del settore commerciale con la estrosità dell’universo dell’arte.
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www.darioghibaudo.it
thelma gramolelli
mostra visitata il 24 agosto 2005
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