Pino Pascali deve aver diffuso un’aura quasi mistica nella sua Polignano se il romano Claudio Cusatelli, ospite del Palazzo Pascali con la mostra Imprinting, ha scelto di ritirarsi nel dismesso frantoio dell’Abbazia di San Vito, torre d’avorio del gruppo Zelig.
Eppure l’arte di Cusatelli non si nutre certo di solitudine, ma di “gente”: complessi graffiti policromi, stratificazioni di cera molle dai colori acidi o fluo, primari e accecanti, metallici o finto-sintetici, giocati sulle leggi dei complementari; dittici, trittici e polittici che mettono a confronto impronte carnali individuali e tracce storicizzate di collettività, trascritte nelle piante urbanistiche di metropoli e megalopoli di tutto il mondo.
Esatta è la lettura del ciclo “Città e Corpi” dell’urbanista Dino Borri – in catalogo – che, muovendo dalle “Città invisibili” di Italo Calvino “che aveva posto l’intrigo della iterazione percettiva mistica, simbolica, fisica, tra viventi e cosmo, tra pietre e natura, nelle città”, chiarisce come stratificazioni culturali, contaminazioni, economia, influsso di religioni e modi di vita abbiano prodotto nei secoli spazi urbani differenti, dei quali la “pianta” è la sintesi grafica mentre “pietre e corpi” ne raccontano la storia.
Cusatelli sceglie la storia individuale piuttosto che quella collettiva; quasi sempre di uomini e donne in fuga, dalla povertà, dalla guerra, dall’anonimato, dall’alienazione, simboli di città simbolo, come Calcutta, New York, Sandercock, Jerusalem, Timisoara… Storie affidate al linguaggio silenzioso e simbolico del colore.
E così un dittico vibrante, costruito sulle nuances dall’oltremare al turchese, narra silenzioso di Ayele Kidane che corre a piedi nudi nella notte di Addis Abeba per sfuggire alla calura del giorno, alla conquista di un avvenire da atleta. Martina Zivkova lascia Sofia: il fucsia e il grigio-argento (abiti e rossetti e il colore dell’est) si fondono all’inquetante rosso sangue del probabile scontro con una realtà tutt’altro che rosea.
Di queste persone – come di Chandra, Mattei, Jancu, Nabil, Claudio, Michele, Massimo – non conosciamo l’aspetto fisico, soltanto gigantesche impronte di polpastrelli o labbra, orme di piedi nudi o di suole di snikers … magari griffate Nike, come quelle di Roy, cittadino del Bronx.
Ed è proprio l’accenno a dar forza all’arte di Cusatelli, meno incisivo lì dove c’è esplicita figurazione, come nel ritratto di Miles Davis o nella, seppur piacevole, sequenza di immagini dal’ A alla Z, dedicata all’Africa multietnica, omaggio all’idea di Alighiero Boetti.
giusy caroppo
vista il 29 maggio 2004
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