Nelle sale che girano intorno ad un cortiletto aperto circolare è disposta un’ampia selezione dei maggiori capolavori di Antonio Ligabue, pittore che tutti ricorderanno almeno per lo splendido sceneggiato RAI, in cui fu impersonato dal grande Flavio Bucci.
Di origini svizzere, l’artista era giunto già adulto in Emilia Romagna, dopo una vita vagabonda e trascorsa nell’indigenza. Di salute cagionevole e disturbato mentalmente, aveva sempre avuto problemi nei rapporti con gli uomini, confacendogli molto di più quelli con la natura e gli animali.
A Gualtieri, dove si svolse la sua avventura artistica, fu amato e rifiutato, compatito e additato per i suoi scatti d’ira ed i suoi comportamenti non convenzionali, ma da tutti (parroco compreso) concordemente considerato come “il pittore pazzo”. Nessuno come lui seppe sondare il mondo della Natura, scoprirne gli aspetti sublimi e mostruosi, fermarne con mano sicura e geniale sulla tavola, i colori, le vibrazioni, la dolcezza ma, più spesso, la tragedia. Tutta la vita rappresentò gli animali e la campagna svizzere ed italiane, ma anche la foresta equatoriale, che mai conobbe direttamente, popolata di tigri, leoni, leopardi, serpenti e ragni smisurati.
Il suo stile è ipnotico, i suoi colori violenti e fascinosi, le sue scene raccontano la lotta per la vita. Accanto a questi mondi, Ligabue ritrasse instancabilmente anche se stesso, quasi fosse, e lo era veramente (c’è da giurarci), parte di quell’universo non-umano che egli sembrava poter vedere dalla parte della natura. Per lo più, viene considerato un pittore naif…con riserva: l’etichetta, infatti, serve solo a trovargli una collocazione, che egli pare eludere. Come notò giustamente Barilli, la sua opera, di fatto, sfugge ai canoni tradizionali di ciò che è considerato naif. Ed è piuttosto un episodio isolato, geniale. In Ligabue, converge il retaggio di tutta una cultura figurativa occidentale che pare dal nostro nota e vissuta come un incubo. Egli non conosceva le regole della prospettiva e dell’anatomia.
Semplicemente la sua mente distorta riusciva a guidare la sua mano in modo infallibile, a rappresentare il mondo che in quella mente albergava. C’è, senza dubbio, in tutto ciò un viscerale bisogno di comunicatività che a parole Ligabue non sapeva esprimere. Perciò, finito un quadro, il pittore se lo legava sulle spalle e poi, con la moto tanto amata, percorreva le campagne e i paesi circostanti, affinché tutti vedessero…affinché tutti sapessero.
Ligabue è un’artista che, pur essendosi conquistato una certa fama negli ultimi anni della sua vita, è stato riconosciuto in tutta la sua reale grandezza dopo la morte. Ed oggi le sue opere di mezzo metro di lato si battono alle aste con cifre non inferiori ai 50 milioni di lire.
La Provincia di Mantova, in collaborazione con il Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma e il Museo Ligabue di Gualtieri presenta un’antologica di grande suggestione, ben ripagata dal buon afflusso di pubblico.
L’esposizione, organizzata da Augusto Agosta Tota, si inserisce nell’ambito dei festeggiamenti per il centenario della nascita (occorso nel 1999) che ha prodotto anche un nuovo catalogo dell’editore Franco Maria Ricci, curato da Marzio Dall’acqua. Alla Casa del Mantegna sono stati raccolte 72 opere tra dipinti e sculture, provenienti da tutta Europa, alcune inedite.
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Alfredo Sigolo
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Commento extra-artistico:
Sì... proprio "splendido", hai detto bene. Il "Ligabue" di Salvatore Nocita é in assoluto
uno dei migliori sceneggiati realizzati dalla Rai. Io ce l'ho: se a qualcuno interessa...
Ciao!
L'ho visto poco tempo fa, e ho riconfermato l'opinione avuta a suo tempo, quando lo fecero per la prima volta: splendido. Non si deve aggiungere altro per definire quel serial.
Cari amici,
ho letto con enorme piacere questo articolo e il correlato di una mostra vecchia!