L’unico modo che aveva Giulio Paolini (Genova 1940, vive a Torino) per ritornare a scuola era uscendo dai tracciati di un canonico programma. Ma, per poter andare oltre i sentieri già tracciati, è necessario conoscerli approfonditamente. Proprio per questo il registro di classe (quale simbolo migliore?) è la presenza fissa -seppur mutevole- nelle “aule” allestite. Non è errato allora, far corrispondere all’elemento-registro il termine matematico di variabile dipendente.
Variabile indipendente, invece, nella ricerca dell’artista ligure, è la crescita della portata concettuale. L’esponenzialità espressa volta per volta, risulta corrispondere ad una proporzionalità diretta allo scorrere del tempo. Se infatti nel Ritratto di giovane che guarda Lorenzo Lotto (1967-2006) la riflessione sul rapporto opera-artista-spettatore veniva elevata alla seconda, con Tre per Tre (1998/99-2006) il coefficiente raggiunge il livello superiore. Il “circolo vizioso” acquista un nuovo membro: l’osservatore, sotteso nell’opera di derivazione lottesca, compare in carne ed ossa (o meglio, in pietra) svelando come “tutto il lavoro di Paolini si svolga interno a un diaframma implicito all’immagine: come uno specchio ideale che riflette e rivela le stesse apparenze con cui si costituisce.”
Tra l’Accademia Carrara e la Galleria si crea un percorso che va dall’aula in cui tuttora gli studenti apprendono le Belle Arti alle aule rese in forma simbolica per la mostra. L’Aula di Disegno (Happy Days) raccoglie (come le altre due) opere storiche e recenti unite in schema compositivo a parete, da cui trapela un geometrismo modernista.
Il tratto grafico, protagonista in questa sede, si vuole mostrare quale esegeta di sé stesso, in un continuo dialogo con la riproduzione fotografica che, attraverso il trompe l’oeil inganna (o svela) la vista (A occhio nudo, 1998-2006).
Nell’Aula di Scultura è il rapporto tra mimesi del reale e reale stesso a fare da potente collante tra gli elementi dell’installazione. L’idolo (II), ovvero il calco della Nike di Samotracia, è esposto in frammenti, mentre alle sue spalle due teste uscite da una gipsoteca accademica si fissano escludendo lo spettatore in un eccesso di autoreferenzialtà. Ma è nell’Aula di Pittura (La Sainte Vierge) che la tensione tra arte di rappresentazione e rappresentazione dell’arte raggiunge il grado più alto. In forma plastica nelle opere a parete e in forma linguistica tra le righe degli scritti esposti nelle vetrine: “Non ho mai tenuto una lezione di pittura perché non ho mai insegnato un’arte che nessuno può credere di imparare.”
Si sarebbero potuti evitare a questo punto sproloqui di ogni ordine e grado, preferibile piuttosto chiudersi in un silenzio claustrale -suggerito dalla funzione pre-museale dell’edificio che ospita la GAMeC- per favorire la concentrazione. Ma “Come non detto”.
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