Calia Interiors inaugura a Matera l’edizione 2005 di Corporarte – Collezione in azienda, un’idea promossa da Bice Perrini e consolidatasi grazie alla direzione artistica di Antonella Marino. Un progetto, insignito nel 2003 del Premio Impresa e Cultura, che invita aziende private a creare in situ collezioni di arte contemporanea.
Dopo l’interessante calendario dello scorso anno, che ha visto alternarsi artisti di respiro anche internazionale, nell’edizione 2005 non è solo l’acquisto a caratterizzare l’intervento delle aziende coinvolte, quanto il finanziamento di un’opera inedita, legata concettualmente al luogo che la ospiterà.
Il primo artista dell’edizione in fieri, invitato ad interagire con l’ampio showroom del salottificio situato nel centro della città dei sassi, è Francesco Arena (Mesagne, 1978. Vive a Torre Santa Susanna, Brindisi). Continuatore di una tradizione artista fiera delle proprie origini pugliesi, onorata dalla discendenza da Pino Pascali -tra ironia ed arte povera– Arena da diversi anni crea opere site specific nelle quali racchiude con sarcasmo l’instabile equilibrio della quotidianità.
L’imponente e complessa installazione di Matera è costituita da una serie di dozzinali poltroncine in legno ancorate ad una pedana, larga quattro metri e lunga due e mezzo circa. L’insieme rievoca una sala d’attesa come tante, esteticamente un po’ datata e senza storia, tuttavia carica di “storie” di passaggio. L’assenza della presenza umana ed il senso di transizione della vita sono materializzati da un complesso sistema di bracci in legno collegati tra loro, alle sedute e spalliere delle sedie. Un groviglio di fili e cavetti, lungo i quali corrono impulsi generati da un software, provoca un movimento alternato di questi “tasti” inusuali.
Ne viene fuori un disarmonico suono da carillon scordato, ritmi mai sovrapposti, sempre differenti e a volte smorzati dalla superficie di contrasto, che pian piano viene erosa dal contatto con i martelletti. È il senso del tempo che passa, della noia dell’attesa, dell’atono scorrere della vita di gente senza nome.
A questa lettura concettuale dell’opera, non si può che affiancarne un’altra certamente meno intellettualistica, ma che dà un ulteriore senso all’operazione, ed è forse più sottile. Lì in un’azienda dove “la seduta” la fa da padrone per bellezza estetica e comodità, vi si colloca un’opera d’arte meno opera d’arte dei raffinati imbottiti, prodotti dall’azienda. Private del design di marca e della comodità -qualità indispensabile per una sedia- le poltroncine di Arena divengono icone della spersonalizzazione, nella serialità scomoda di un mondo dal ritmo incomprensibile.
giusy caroppo
mostra visitata il 29 ottobre 2005
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