Effimero meraviglioso. Un’invocazione alla leggerezza dell’essere. L’esistenza umana è solo una fase di passaggio in un disegno cosmico più ampio. L’indagine ontologica dell’attimo carpito nella sua dimensione spazio-temporale, motore propulsore di energia creativa, è alla base di questa nuova collettiva organizzata dalla PrimoPiano. La filosofia del carpe diem, dell’effimero goduto come momento di sublimazione sensoriale e percettiva, incoraggia il gesto dell’artista e si esprime nelle opere in mostra. Il fascino del contingente svela orizzonti ambigui, un pluralismo culturale stordito dallo sfasamento tra realtà virtuale e reale. Una fisicità che si fa evanescente alla ricerca di un equilibrio spaziale e formale. Come negli alieni incorporei di Fabio Santacroce (Bari, 1980): creature aleatorie cadute dal cielo o proiezioni spirituali di una fisicità perduta? I “volti bilanciati” di Carmelo Pugliatti (Messina, 1972) fanno corrispondere alla tipologia fisionomica il “peso” morale o intellettuale della persona. Ma la bidimensionalità dell’immagine riconduce ad un appiattimento emotivo. La crescita individuale è divorata dal dilemma esistenziale di trovare un proprio perché. E una risposta la si può forse trovare nel caos primordiale rappresentato nelle tele astratte di Jenny Hager (California, 1971) o nelle auree giocate sul filo della presenza-assenza di Francesca Cho (Londra).
“Siamo unici?” si domanda ancora Romulo Goncalves (Portogallo, 1966) nei suoi dipinti dalle atmosfere surreali. Forse più che unici siamo soli, alienati dalle nostre stesse piccolezze, rinchiusi in una bolla di sapone che deforma la percezione da e verso l’esterno. Come nell’istallazione Alice nel paese delle meraviglie di Magda Milano (Bari, 1958), o nei Paesaggi alchemici rinchiusi in universi di cristallo di Mieko Noguchi (Giappone, 1969).
L’inesorabile flusso del divenire, il panta rei eracliteo, fonda la sua corsa sugli elementi costituenti la materia: unico punto fermo dello spaesamento esistenziale nel vortice cosmico. Così i corpi rappresentati nelle immagini fotografiche di Agnes Thor (Svezia, 1986) sono l’unico veicolo di identificazione di una soggettività irriducibile. Lo stesso si può dire per la luce, fattore retinico composto da milioni di particelle, indagata nelle opere pittoriche di Dario Manco (Lecce 1959), o nel “Neon” di Alfredo Avagliano (Torre Annunziata). La scomposizione materica, sondata su di un piano concettuale di sovrapposizione di significati, è sperimenta nelle installazioni di Rita Levo Rosenberg (Genova). Una contaminazione di poesia ed immagine, “rimaterializzate” in una forma. Ad essa si contrappone la sostanzialità nel messaggio di poesia visiva di Giulio Martini (Tiene, 1962). La natura, analizzata sia nella sua dimensione di macro che di microuniverso, è al centro delle opere di Paul Santoleri (Philadelphia) e di Ju Young Ban (Corea; vive a Brooklyn). Mentre nel primo il segno della spirale ricrea una sorta di giardino artificiale, nella seconda la particella infinitesimale, reintepretata con un paziente grafismo, ritrova nella composizione una dimensione monumentale. I microrganismi di Arianna Piazza (Treviso, 1983), invece, si trasformano ironicamente in creature giganti tipo space invaders.
Chiude la mostra il video Oh… this could go on forever! (2005) di Jean Alexander Frater (Chicago), in cui si compie una sorta di esperimento col tempo attraverso l’uso del vento emesso da due ventilatori posti frontalmente.
francesca de filippi
mostra visitata il 21 gennaio 2007
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