Robert Barry, Untitled, 2026, Galleria Alfonso Artiaco, Napoli
«I use words because they speak out to the viewer. Words come from us. We can relate to them. they bridge the gap between the viewer and the piece» – “Uso le parole perché parlano allo spettatore. Le parole vengono da noi. Possiamo relazionarci con esse. Colmano il divario tra lo spettatore e l’opera”, Robert Barry.
Remind, Wonder, Somehow, Hidden, Another, Urgent. E ancora, Believe, Familiar, Conflict, Intimate. Queste sono alcune delle parole che si leggono sulle pareti della Galleria Alfonso Artiaco che, già dalla fine dello scorso anno, si è trasferita da Piazzetta Nilo a Piazza dei Martiri, epicentro dell’arte contemporanea napoletana. Qui, nella sala principale, è visibile, fino al 2 maggio, Another Time, sesta mostra personale con la galleria dell’artista newyorkese Robert Barry, che di recente ha compiuto 90 anni.
L’esposizione ripercorre la poetica minimalista e concettuale intrapresa da Barry sin dal periodo di sperimentazioni negli anni 60′, per giungere, dalla fine degli anni 70′ e soprattutto negli anni 80′, alla forma espressiva che lo avrebbe accompagnato in tutta la sua ricerca, il linguaggio.
Realizzata in occasione dell’esposizione, l’installazione Untitled riprende Untitled Cealing Installation for the Madre Museum, realizzata nel 2013 per gli spazi del Museo Madre di Napoli e ne condivide in un certo senso gli intenti e, in parte, i formati. Anche in questo caso, infatti, grazie alle dimensioni museali della sala, ritorna il gioco di parole contrastanti tra le due distanti pareti opposte. Mentre, però, nella versione precedente, le parole tendevano a sovrapporsi, qui, sulla parete di fondo che si vede appena si entra in galleria, sembrano riaffiorare o scomparire, in colori sgargianti, parole come “Somewere” o “Wonder”. Sulla parete opposta, altre parole, questa volta in rosso, sono solo in parte visibili ma, sebbene mutilate, si riescono mentalmente a completare, come nel caso di “Conflict”.
La versatilità con cui Barry, ancora oggi, utilizza l’arte concettuale nelle sue installazioni fa pensare a quanto il linguaggio, in fondo, non smetta mai di rivelarsi un potente strumento di comunicazione, ciclicamente adattabile al tempo in cui viene manipolato.
Tra Untitled, sfilano una serie di lavori di Barry che fanno di Another Time una vera retrospettiva, partendo dalla storica opera del 1969, realizzata per 557,087, la prima mostra di concept art organizzata da Lucy Lippard al Seattle Art Museum Pavillon, fino a una serie di Untitled piĂą recenti, dove le parole, tono su tono, sono appena leggibili in controluce, mentre in un altro esemplare, altre parole colorate sono disposte in orientamenti diversi sulla superficie.
In questo “gioco di parole” si evince come lo spazio individuale comunichi con quello collettivo, in un dinamico scambio percettivo che mescola distanze e vicinanze semantiche. Infatti, attraverso l’installazione, Barry utilizza lo spazio e il vuoto per creare delle nuove relazioni tra le opere, captabili come dei riverberi, visuali e interiori, che riecheggiano in ALL THE THINGS I KNOW BUT OF WHICH I AM NOT AT THE MOMENT THINKING, come lui stesso scrive nel giugno del 1969.
Nella sala più intima della Galleria Artiaco è esposta una mostra di Glen Rubsamen, che riunisce, in Sorry, Wrong Number, una serie di vedute della sua città originaria, Los Angeles. Sebbene le immagini mostrino un paesaggio urbano contemporaneo a cui dovremmo essere abituati, c’è come un senso di smarrimento dato dall’idea di ritrovarsi davanti a un mondo disabitato ma non abbandonato.
Nei dipinti dal tipico taglio fotografico, emergono due protagonisti, da una parte un paesaggio sul viale del tramonto, perennemente messo in ombra e avvolto da una luce crepuscolare che, difatti, crea una certa tensione anche artificiale; dall’altra dei cartelli pubblicitari dal carattere deciso che sembrano voler trasmettere ben altri messaggi.
Dopo le prime immagini, frasi innocue come Your “logo” would look great on here e, ancora, insegne colorate che pubblicizzano latte, liquori e gas, con serie di numeri, grandi caratteri squadrati che prendono tutto lo spazio pubblicitario, sembrano man mano rivelare una natura dominante, in qualche modo intimidatoria. Anche il punto di vista di chi legge i cartelli, dal basso, suggerisce una posizione di sottomissione o, comunque, di controllo mediatico che tende a monopolizzare, in modo accattivante, non solo lo spazio disponibile ma anche quello individualmente percepito.
Con questa serie dal gusto finemente ironico, Rubsamen riesce, ancora una volta, a insinuare il dubbio su quali possano essere le intenzioni di una societĂ sempre piĂą invadente, accendendo i riflettori su quei dettagli che permettono di andare oltre una lettura passiva della realtĂ .
Cosa resta di una performance? A porre la domanda, e a darne la risposta, è la stessa direttrice Elsa Barbieri,…
Alla Fondazione Sassi di Matera, una mostra mette in dialogo Salvador DalĂ e Alessandro Valeri: due Visioni del Mediterraneo, tra…
Durante la settimana inaugurale della Biennale di Venezia, la camera dell'Hotel Metropole dove Freud scrisse L'interpretazione dei sogni ospiterĂ una…
Con un progetto pop up di dieci giorni, Spazio Morgagni porta Man Ray in un caratteristico barbiere milanese degli anni…
A cosa pensiamo quando parliamo di “smart agriculture”? L’indagine dell’artista cinese esplora i cambiamenti in atto nel rapporto tra lavoro…
Il Turner Prize 2026 annuncia i quattro finalisti: Simeon Barclay, Kira Freije, Marguerite Humeau e Tanoa Sasraku. La mostra al…