L’approdo di una sezione dell’archivio di Jan Fabre al Polo Biblio-Museale di Lecce ha aperto un dibattito che va ben oltre la figura dell’artista belga. Considerato uno dei protagonisti della scena performativa europea fin dagli anni Ottanta, Fabre ha costruito una ricerca che attraversa teatro, arti visive e performance, esponendo nei principali musei internazionali e collaborando con istituzioni culturali di primo piano. Autore di lavori diventati punti di riferimento della scena contemporanea, da The Power of Theatrical Madness (1984) a Je suis sang (2001) fino a Mount Olympus (2015), una maratona teatrale di ventiquattro ore, Fabre è noto soprattutto per i suoi durational pieces, opere e spettacoli di lunga durata che mettono alla prova la resistenza fisica e mentale di performer e spettatori, facendo del tempo, della trasformazione del corpo e dell’estremo coinvolgimento percettivo alcuni dei cardini della sua poetica. Negli ultimi mesi è tornato al centro dell’attenzione con The Quiet Source, il progetto allestito alla Scuola Grande di San Rocco di Venezia, dove le sue opere dialogano con il ciclo pittorico di Tintoretto, mentre prosegue la circolazione internazionale dei suoi lavori teatrali e delle sue mostre. Proprio questa persistente centralità nel sistema dell’arte si intreccia però con le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto: nel 2022 il tribunale di Anversa lo ha condannato per cinque violazioni della normativa sul benessere dei lavoratori e per un episodio classificato come assault on decency ai danni di una collaboratrice.
Da una parte c’è chi considera l’acquisizione un tassello coerente nel progetto degli “Archivi Viventi”, dedicato alla conservazione della memoria del teatro contemporaneo; dall’altra, un gruppo di operatori e operatrici culturali riuniti sotto il nome di Il Sesto Archivio, chiedendo un confronto pubblico sull’opportunità etica e culturale di dedicare spazio e risorse a una figura ritenuta controversa. La vicenda nasce dalla donazione da parte di Fabre di una raccolta di pubblicazioni, studi e materiali relativi alla sua ricerca teatrale. Il fondo è stato accolto all’interno del Polo Biblio-Museale diretto da Luigi De Luca, che negli ultimi anni ha costruito una rete archivistica dedicata alle arti performative comprendente, tra gli altri, i fondi di Carmelo Bene, Eugenio Barba e Julia Varley, Silvio D’Amico e Nicola Savarese.
Secondo Marco Petroni, operatore culturale leccese, docente dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e tra i promotori dell’appello pubblico, il nodo non riguarda soltanto Fabre. «L’archivio non è uno spazio neutro», afferma. «È uno spazio che riguarda il presente ma soprattutto le future generazioni che devono specchiarsi e ritrovare le loro radici in quest’archivio». Per Petroni, bisogna capire «quali sono le ragioni per cui si sceglie un sesto archivio dedicato a figure maschili» e perché venga valorizzata «una figura che per noi è assolutamente ambigua». Il collettivo chiede un incontro pubblico con l’istituzione, sottolineando che ogni scelta archivistica produce legittimazione culturale e simbolica. Nell’appello si contesta l’assenza di una riflessione critica sulle accuse e sulla condanna che hanno coinvolto Fabre, oltre alla mancanza di una rappresentazione più plurale all’interno della politica archivistica del Polo.
Di segno opposto la posizione di Luigi De Luca. Il direttore ricostruisce la donazione come il naturale sviluppo di un progetto avviato quasi dieci anni fa. «Nell’ambito di un lavoro di costruzione di archivi legati alla conservazione della memoria del teatro abbiamo letto come un’opportunità la possibilità di ospitare nella nostra biblioteca pubblicazioni inerenti alla ricerca teatrale», spiega. «Non ho visto motivi ostativi ad accettare questa donazione, perché si tratta di dare la possibilità agli studiosi di accedere a strumenti di conoscenza che sono la funzione primaria di una biblioteca».
De Luca respinge inoltre l’idea che si tratti di un omaggio celebrativo all’artista. «Non abbiamo organizzato un omaggio a Jan Fabre, non gli abbiamo offerto palcoscenici», afferma. «Abbiamo soltanto accolto una raccolta di pubblicazioni e realizzato una mostra di fotografie teatrali».
Pur dichiarandosi sorpreso dalle critiche, il direttore si dice disponibile al dialogo. «Mi è sembrato naturale accettare il confronto», spiega ricordando che il Polo ospita stabilmente decine di associazioni culturali attraverso i Patti di collaborazione. «Nei prossimi giorni avremo un incontro proprio per parlarci di persona su questa criticità che è emersa».
Giacinto Di Pietrantonio, curatore della mostra che accompagna la donazione, interpellato da exibart sottolinea come, durante l’inaugurazione, non siano emerse contestazioni pubbliche e rimanda al Polo Biblio-Museale le questioni relative alle scelte archivistiche e alla programmazione istituzionale. Il suo coinvolgimento, spiega, riguarda esclusivamente il progetto espositivo e il lavoro artistico di Fabre. Per Di Pietrantonio la valutazione dell’opera deve restare distinta dalle vicende personali dell’autore: «Io scindo il lavoro dalle altre cose. Mi confronto sul piano della critica e del lavoro artistico».
Il confronto, tuttavia, sembra destinato ad allargarsi. Il caso Fabre sta diventando il punto di emersione di una discussione più ampia sul ruolo degli archivi pubblici, sulla rappresentazione delle differenze e sulle responsabilità delle istituzioni culturali nella costruzione della memoria collettiva. E nelle prossime settimane, una polemica locale potrebbe sfociare in una riflessione più generale sul rapporto tra patrimonio culturale, etica e contemporaneità.
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