Visitare la mostra alla Chiesa di San Paolo è un viaggio leggero. Un percorso breve e godibile. Addirittura distensivo. I sorrisi affiorano spesso di fronte alle opere, firmate da un variegato drappello di artisti di diverse nazionalità, in primis albanesi. Non mancano certo le questioni esistenziali, economiche, sociali, o le riflessioni su tali problematiche, che emergono inevitabilmente da ricerche tutt’altro che superficiali. Ciò che manca però è l’autocommiserazione, la pena, il pessimismo, il piagnisteo. Aleggia semmai l’ironia, una certa giocosità e un senso di facilità. “Il materiale di ogni giorno, soprattutto se a bassissimo costo” viene costantemente ri-plasmato, la vitalità del senso estetico si prende la rivincita sulla ricercatezza e preziosità dei materiali. Niente da perdere dunque, perché la materia è già andata perduta -e successivamente riconquistata dalla pattumiera- all’interno di una strategia del recupero che affonda le sue radici nell’objet trouvé e che vede nella stessa Chiesa di San Paolo un esempio di spazio ridefinito a favore dell’arte.
Si diceva del sorriso. Enrica Borghi (Premosello Chiovenda, Verbania, 1966), come una casalinga disperata, maniaca della raccolta differenziata, confeziona un abito da sera con scampoli di carta stagnola, mentre compone una pala d’altare a motivi cruciformi con le carte luccicanti dei cioccolatini.
Diverso l’approccio alla dimensione domestica di Lumturi Blloshmi (Tirana, 1944), che in 15 foto ritrae le contorsioni e gli attorcigliamenti da Kamasutra delle zampette di due animali -forse delle rane-, fritti in una padella sudicia su un altrettanto lurido fornello. Ancora Blloshmi dà forma ad una piramide di acciaio e bottiglie di plastica, pareti trasparenti che ondeggiano all’aria del chiostro.
Vagamente inquietanti le opere di Alban Hajdinaj (Tirana, 1964), un dittico di fotografie in cui la banalità di un normalissimo salotto borghese si carica di tensione. Ci si aspetta un colpevole nella scena del presunto delitto, imbrattata del rosso del misfatto e invece ci si ritrova soltanto con un divoratore di ciliegie, indifferente alle buone maniere. Incanto ingannatore del cliché…
Sempre suggestive le casette di carta ricamata di Anila Rubiku (Durazzo, 1970), qui disposte a spirale, cuori pulsanti di intimità, di senso di appartenenza, della sicurezza che nulla di male potrà accadere in un rifugio di luce.
Peccato per la mancata partecipazione, inizialmente prevista, di Bruna Esposito (Roma, 1960) e Gentian Shkurti (Mamurras, Albania, 1977), l’una attenta al riciclo ecologico, l’altro creatore di un videogame in cui il protagonista profugo ingaggia una sfida con le autorità per raggiungere le coste italiane.
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Go West di Gentian Shkurti
thelma gramolelli
mostra visitata il 26 novembre 2005
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Alban Hajdinaj (1974)