A dire il vero 285 opere sono proprio tante, anche il visitatore più volenteroso arriva alla fine stanco e un po’ confuso. È un peccato perché le ultime sale della mostra riservano una vera sorpresa con una sequenza di opere di qualità. Un percorso più sintetico sarebbe stato ugualmente interessante e un po’ più godibile. Il progetto è ambizioso, un avvincente racconto delle origini della pittura impressionista che, come tutti i frequentatori delle mostre-Goldin sanno, ebbe un effetto dirompente sul panorama artistico della Parigi ottocentesca, ma di certo non nacque dal nulla. Questa è una delle possibili interpretazioni di una mostra vastissima che tocca molti temi. Goldin ne suggerisce due: la luce e lo spazio. L’esposizione descrive il passaggio “dalla luce feriale di Constable a quella spirituale di Turner; dalla luce profondamente buia dei pittori di Barbizon fino alla sontuosa magnificenza della luce impressionista” e con un diverso punto di vista l’evoluzione “da uno spazio che è forma ad uno spazio che quella forma viene negando”.
La mostra si apre in Inghilterra con gli oli e gli acquerelli di John Constable e Joseph Mallord William Turner suggerendo un nesso Turner-impressionismo che –come evidenzia il seguito dell’esposizione- non è affatto immediato ma sfuggente e sottile. Gli studi di nuvole di Constable anticipano l’interesse che gli impressionisti avranno per il cielo, anche se le affinità stilistiche sono minime. Le opere mature di Turner si avvicinano alla fluidità di forme dell’impressionismo. In Tramonto sul lago e Venezia Santa Maria della Salute le forme sono appena riconoscibili disfatte nel colore, nella luce che è pulviscolo dorato. L’affinità con l’impressionismo però è più apparente che reale; la pittura di Turner ha una forte componente emozionale e immaginativa che dissolve le forme nella luce.
Per l’impressionismo, almeno agli esordi, il percorso luce-forma è esattamente l’opposto. Claude Monet e Camille Pissarro rintracciano nella luce le forme, ricostruiscono le immagini con i guizzi di luce percepiti dai loro occhi. Il punto di partenza non è l’emozione, ma l’esperienza visiva. È invece l’ultimo Monet, quello splendido dei Glicini e delle Ninfee, che allaccia con Turner un dialogo più immediato.
Dopo Turner e prima degli impressionisti la mostra si dilunga –troppo- sulle vicende della pittura accademica dei Salon parigini. Il paesaggio è immagine idealizzata della natura, quinta teatrale per avvenimenti storici o mitologici. Può capitare che i pittori partano da studi en plein air, ma li rielaborano per trasformare la natura reale in immobile opera d’arte.
Con la scuola di Barbizon, Jean-Baptiste Camille Corot e Gustave Courbet il paesaggio acquista fragranza e immediatezza. Molto indovinata l’idea di alternare opere dei barbizonniers e le prime prove impressioniste. Il confronto esalta le caratteristiche dei pittori impressionisti e la loro capacità di dipingere le vibrazioni della luce. La mostra si accende di “luci vere e mattinali” (Goldin), ombre colorate, fiumi scintillanti sotto il sole, neve azzurra, giardini che vibrano d
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visitata il 25 ottobre 2006
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Lo spero proprio, che tutto sommato ne valga la pena... perché prenotare è stato un calvario!