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La sfida di Hito

di - 13 Dicembre 2018
Ci sono mostre che hanno un display chiaro (sempre più rare) e concettualmente sembrano quasi appartenere al secolo scorso. Mettono in atto una modalità espositiva che pone al centro l’opera, con il suo solido background di pensiero ma anche in qualche modo oggettuale, e che cerca lo sguardo altrui, affidando l’articolazione del senso all’opera stessa, da sola o in dialogo con altre, attraverso il cui confronto, a volte anche spiazzante, possono aprirsi letture inedite. Accanto a questo tipo di mostre ci sono le esposizioni per lo più apprezzate e realizzate da giovani curatori per un pubblico più o meno altrettanto giovane (o a volte composto da smaliziati collezionisti) che non si turba di fronte alla precarietà dell’oggetto (già largamente metabolizzata), la messa in disparte dei medium tradizionali (foto e video compresi), privilegiando circuitazioni mentali, un approccio all’arte sempre più smaterializzato come unica risposta possibile a un mondo dove l’arte rischia di annegare, sopraffatta da oggetti e da immagini di oggetti, e rivendicando in tal modo anche il suo sottrarsi al mercato.
La sto facendo un po’ veloce, ma altrimenti dovrei scrivere solo di questo e ben più di un articolo. Procedo quindi per estrema sintesi, aggiungendo che ci sono progetti curatoriali che negano l’idea coerente dell’allestimento in quanto tale, a favore di un continuo detournement del pensiero e dello sguardo realizzato anche ricorrendo a oggetti, ma non necessariamente artistici, dilatando il territorio dell’arte verso frontiere che precludono a qualcosa che è oltre l’arte. Penso per esempio alle esposizioni curate da Danh Vo a Punta della Dogana durante la penultima Biennale di Venezia e al Guggenheim di New York la primavera scorsa, alla Carte blanche di Tomás Saraceno attualmente al Palais de Tokyo di Parigi o a quelle mostre che appaiono per lo più degli statement per significare qualcosa oltre il territorio acquisito del visivo, realizzate per esempio dall’ultimo Pierre Huyghe. Si tratta di progetti autoriali, che si sviluppano con una modalità che definirei “orizzontale”, cioè per analogie, richiami, evocazioni, di cui la Biennale di Gioni del 2013 rimane in qualche modo il prototipo.
Hito Steyerl. La città delle finestre rotte Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli – Torino vedute della mostra, 2018 Foto Antonio Maniscalco
Infine ci sono mostre che non sono più mostre, non solo perché negano l’idea convenzionale di display e fanno convergere simultaneamente diversi linguaggi (e questa certo non è una novità) saturandone l’ambiente, e con questo creando già un altro tipo di ambiente difficilmente definibile come “espositivo”, ma perché sono funzionali a ricerche e urgenze del presente che molto probabilmente vanificano ogni idea di display e anche di mostra, anche la più innovativa, perché in realtà sono già, o tentano di essere, altro.
Secondo me questo è il caso di “La città dalle finestre rotte” dell’artista tedesca di origine giapponese Hito Steyerl proposta al Castello di Rivoli. Mostra (mostra?), progetto molto discusso e proprio per questo interessante.
Già la scelta dell’ubicazione, che le curatrici Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio immagino abbiano profondamente condiviso con l’artista, costituisce uno statement molto forte, qualcosa che suona come una sfida. La Manica Lunga del museo, ritenuto uno dei luoghi più impervi per l’allestimento di qualunque mostra, stavolta rivela tutta la sua impraticabilità presentandosi scandalosamente vuoto, o quasi. Un lungo, lunghissimo corridoio, abitato da suoni disturbati e forzatamente immersivi, dove le tante finestre che ne ritmano l’attraversamento stavolta non sono oscurate, ma diventano componente imprescindibile dell’opera (uso questo termine non più forse pertinente al caso in quanto al momento non ne conosco altri) tanto da ospitare alcune parole chiave delle frasi che scorrono lungo i muri. E, anche qui, tentare di decodificarne il senso ricorrendo ai nostri canonici strumenti interpretativi, porta poco lontano. Agli estremi della Manica Lunga che, a differenza di come la conosciamo, appare ora volutamente impoverita, deprivata di “opere”(uno dei testi chiave di Steyerl si intitola In difesa dell’immagine povera), sono posti due video: uno delle “finestre rotte”, registrazione di abbattimento di vetri per campionarne il rumore da trasmettere a strumenti di intelligenza artificiale grazie ai quali dovremmo poi essere più protetti e l’altro, all’estremità opposta, in cui si assiste a una sorta di “risanamento” di finestre distrutte da una contingenza critica grazie all’intervento di artisti e artigiani.
Tutto qui, apparentemente. Senza nessuna indulgenza allo sguardo, figuriamoci all’estetica.
Hito Steyerl. La città delle finestre rotte Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli – Torino vedute della mostra, 2018 Foto Antonio Maniscalco
In realtà questo display così secco, oltre a testimoniare una certa insofferenza di Steyerl per l’arte attuale, penso riveli lo slittamento dell’interesse dell’artista, che da tempo si occupa di intelligenza artificiale, dei meccanismi di controllo e dell’influenza che questi e le nuove tecnologie hanno sui comportamenti e le nostre modalità di pensiero, verso una pratica dell’arte che cerca di indagare questi fenomeni, appropriandosi in qualche modo del loro linguaggio. Nel senso che abbandona modalità espositive tradizionali, la priorità del visivo, la germinazione del senso affidata al visivo a favore di un’interrogazione tra idee diverse e di non facile mediazione: intelletto umano e intelligenza artificiale, tanto per citare il più ovvio, possibilità di esistenza in un mondo dominato dalla digitalizzazione globale, dove l’arte, al cui mondo Steyerl appartiene sia pure in una posizione fortemente critica (il suo ultimo testo, Duty Free Art, è un feroce atto d’accusa contro l’arte finanziarizzata e sostenuta da mascalzoni), tenta di porre una domanda in un linguaggio che attualmente appare incerto e essi stesso in trasformazione. Ma che, forse, (forse), proprio così aprirà a una forma interpretativa altra, al momento non conosciuta.
Che tutto questo abbia una decisa intenzionalità sperimentale e che sottenda quindi il rischio dell’insuccesso, implicito in ogni operazione che non procede su tracciati certi, e che possa comportare una delusione da parte dell’”utente di mostre” (come in larga parte è accaduto), fa parte del gioco ed è, penso, inevitabile. Non sono convinta, come sostiene un amico critico, che sia l’ennesima riprova della scarsa considerazione con cui gli artisti stranieri affrontano progetti made in Italy o il modesto risultato dello scarso budget messo a loro disposizione nel nostro Paese o dell’atteggiamento liquidatori di Steyerl verso il museo. Certo, il problema budget esiste, ma penso che il lavoro di Hito Steyerl vada ben oltre le normali considerazioni che si fanno a proposito di mostre, allestimento e linguaggi coinvolti (spero anche di budget), indirizzandosi verso uno di quei territori dove oggi la possibilità del linguaggio stesso dell’arte è chiamata a confrontarsi. E cioè il rapporto con la scienza.
Hito Steyerl. La città delle finestre rotte Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli – Torino vedute della mostra, 2018 Foto Antonio Maniscalco
Ecco, e qui forse sta un altro punto abbastanza decisivo della faccenda. Un progetto del genere potrebbe figurare in un luogo diverso dal museo, perché sembra aver abbandonato il linguaggio dell’arte, che pure Steyerl in altre occasioni e trattando temi simili – ricordo un ricco progetto (mai facile) qualche anno fa al Reina Sofia di Madrid – ha adottato. Ora invece, non so se per la distanza che ha preso verso l’arte e se quindi crede poco nello stesso ruolo dell’artista, sembra aver derogato verso la possibilità di elaborare un pensiero sulla scienza o la digitalizzazione del mondo attraverso il linguaggio artistico, come se questo fosse insufficiente o impotente rispetto a quello che sta accadendo. E questo è un problema aperto, che peraltro non riguarda solo lei ma coinvolge molti artisti che per affrontare problematiche non direttamente “artistiche”, adottano altri canoni concettuali ed espressivi. Penso a tutti quelli che si occupano di tematiche sociali e che spesso, purtroppo, non escono dal solco della sociologia. Steyerl, almeno, punta in alto.
Non so quanto queste riflessioni siano condivisibili e nemmeno quanto siano fondate, anch’io tento vie “sperimentali” di interpretazione, in un certo senso. Ma so per certo che il nostro mondo che sta così velocemente cambiando pone nuove questioni e nuove sfide all’arte. E, a suo modo, il lavoro di Hito Steyerl prova a rispondervi. 
Adriana Polveroni     

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