“Nel video oso”, parafrasa Schirinzi per spiegare il titolo del suo lavoro (L’invideoso). Ma il chiaro richiamo alla parola invidia è altrettanto giustificato dalle intenzioni dell’artista, che vede nel relativo sentimento umano una funzione fagocitante e onnivora. Un’intuizione linguistica che spiega il gesto dell’autore di “raccogliere” dieci cortometraggi realizzati tra il 2000 e il 2006, in un unico lavoro presentato in anteprima a Visioni, a cura di Mino Toriano, docente di regia presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce, nell’ambito della rassegna Puglia Show.
Il gioco linguistico della plusvalenza di significati, insieme alla fitta trama delle azioni “messe in scena”, s’intreccia con uno spirito grottesco e caricaturale. Ma quanto più questo spirito viene rimarcato, tanto più l’ironia è appuntita e suscita un sorriso, tanto più grande diventa la consapevolezza del dramma esistenziale. La vena malinconica e nostalgica si evince nella scelta di inquadrature molto scorciate che richiamano la filmografia pulp, nella visione in bianco e nero e nelle ambientazioni dall’eco neorealista. L’autarchia diventa elemento necessario per la decodificazione dei messaggi visivi che, insieme al sonoro, concorrono a rendere ogni singolo video un piccolo “vaso di Pandora”.
L’originale rilettura di opere teatrali come il Don Chisciotte, Ubu re o Finale di partita, diventa il filtro e il mezzo con cui Schirinzi interpreta il presente. È quanto accade ad esempio in Dé-Tail (2001), ispirato alla geometria rinascimentale e alla prospettiva di Paolo Uccello e Beato Angelico. Un televisore acceso di fronte ad una poltrona vuota proietta un film porno. Si scatena la corsa dell’uomo grasso e in mutande verso una doccia purificatrice.
E l’arrivo dell’Arcangelo Gabriele si trasforma in un appuntamento mancato e tutto si disperde nella bianca luce dell’apparizione.
Trappe (2001), liberamente ispirato all’Ubu re di Alfred Jarry, evoca nel titolo la trappola, il trabocchetto in cui far cadere l’uomo amorale e scaltro. Buchi, loculi, come oscuri meandri della mente umana, ospitano personaggi e situazioni che l’artista/interprete, in “maniche di camicia”, di volta in volta scopre nel suo cammino. Mosso dalla curiosità di vedere “oltre la porta” svela piccole verità dal gusto vile e meschino. Crisostomo (2003) è la reinterpretazione del giovane personaggio di Cervantes, morto per amore. “Ammorbato dal passaggio/dissolvenza d’icone è costretto ad infliggersi inutili ‘punizioni’ che non placheranno i suoi affanni”, spiega Schirinzi.
Dal Toboso (2005) è ancora una parafrasi donchisciottiana. Tre “prodi” cavalieri si scontrano in duello con un meccanico Don Chisciotte per conquistare la bella Dulcinea. Ma la fatua gentil donna, che assiste altera al combattimento, si dissolve a fine partita e il cingolato vincitore si ritrova sommerso dalla sua solitudine. L’impostazione scenica richiama certa pittura sacra e i personaggi sembrano usciti dalla predella di una pala d’altare. Ma la loro goffaggine frammista ad un’ottusa volontà cavalleresca esalta il significato tragicomico del video.
Zittofono. Sonata in blu per Nagg e Nell (duetto in sincrono per monitor bizantino), del 2005, e L’ultima Vhs di Krapp, ancora in lavorazione, sono espliciti tributi al teatro beckettiano. Per finire All’erta! (2004) è il lavoro che è valso all’artista il primo premio a GAP-Giovani artisti Pugliesi di Bari. Un ipotetico cinegiornale della seconda guerra mondiale in cui viene presentata la giornata tipo di un soldato che dai toni altamente drammatici dei bombardamenti passa ad una situazione ben più ridicola nel momento dell’esercizio militare.
francesca de filippi
mostra visitata il 2 dicembre 2006
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