0 e 1, acceso o spento: è questo che propone la nuova fucina di idee e servizi nata a Barletta, in un momento di discreto risveglio culturale della città. Come in un immaginario calcolatore elettronico della cultura, il Centro –che si propone di organizzare anche laboratori e servizi per il turismo– decide di utilizzare un sistema binario, dove lo zero indica il punto iniziale, lo start, e l’uno l’unicità del processore.
Situato in una delle vie più suggestive e antiche di Barletta, di fronte alla Cantina della Sfida, si offre come una lunga galleria, preferibilmente un’officina, in cui si snoderanno una serie di brevi eventi utili ad indagare per “classe” l’arte intesa quale gruppo sociale, corpo, insieme.
Lo start up lo ha dato Antonella Marino, con la mostra n°0, o meglio Zerozero: un ritorno di fiamma, per la nota giornalista e curatrice pugliese, con un gruppo di artisti reduci d’accademia, anch’essi conterranei, già riuniti nel 2000 al Castello Svevo di Barletta nella collettiva Noi-se.
Così siamo a riscoprire il raffinato raccontare di Carlo Schirinzi: il cortometraggio Il ri(n)tocco ci conduce al buio del laboratorio paterno dove, con sguardo vouyeuristico, il filmaker ha rubato gli attimi solitari del restauro in notturna, alla
La poesia dark ed asettica di Nicola Vinci, sposa come sempre il bianco assoluto di fondo. Le figure di bambine –accanto ad ambigue presenze maschili mascherate- giunte come dall’oltretomba, incantano, posizionate sulla nuda pietra delle pareti, quasi sudario naturale a contrasto con la nuance corallo di zigomi e labbra. Meritatissimo, per lui, il recente Premio Celeste.
Sono arcane visioni come quelle di Giuseppe Verga che sceglie il bianco e nero o il seppia per stampare rimembranze digitali di gite scolastiche, ridotte ad essenziali passaggi chiaroscurali –3 o 4 toni al massimo– schematizzazioni di sbiaditi ricordi post mortem.
Il digitale non manca, sia nel dittico/installazione tutto pixel e trasparenze di Ruggero Mascolo, che nel monocromo, tributo involontario a Mimmo Rotella, degli allucinati ritratti adolescenziali di Natascia Abbattista. E se Patrizia Piarulli gioca, in tre slides, con le lettere calamitate multicolor scippate alle lavagnette per bambini, omaggiando il titolo della mostra, Maristella Mangiopinto e Nicola Curri ironizzano su amore affettato e nudità a testa in giù.
Con gran piacere si scopre che qualcuno ha realmente migliorato medium e linguaggio.
Come Raffaele Fiorella, del quale sono esposti due lavori a confronto: messo in un angolo il puffo gigante a pois, “partorisce” uno strano essere alieno luminescente, realizzato con un impasto da lui brevettato; una creazione dal forte impatto estetico, che lo rivela abile Jeff Koons nostrano. Al centro sala, Raffaele Di Gioia, un giovanissimo che sostiene di aver quasi “appeso” la creatività “al chiodo”, preferendo la stabile precarietà dell’insegnamento scolastico. I suoi puzzle di formelle a sbalzo, decorate da malinconici soggetti infantili accompagnati da anomali ex voto –pance sventrate di bambole, arti disarticolati, antichi robot- sollecitano un’attenzione particolare.
giusy caroppo
mostra visitata l’11 marzo 2006
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Grande Zerouno!
grandi Pierluca e Nicola...
confermo l opinione della caroppo, i lavori di santoro valgono decisamente meno di zero!!!