Il tema del corpo è di grande attualità. Un must dell’arte di ogni tempo, oltre che tema d’eccellenza dell’ultima Biennale Danza 2006 a Venezia. Corpo da indagare, esibire, rinchiudere, trasformare. Oggetto d’indagine e veicolo di esperienze. Un corpo che troppo spesso sembra vicino, conosciuto. E poi sentito, posseduto, abitato. Come una casa: affollata, imperfetta, trascurata. Spesso sola. Stanze di ambienti umanissimi, le diverse realtà del corpo parlano, senza voce, agli specchi della propria ed altrui intimità.
Di stanze dialoga con gli specchi della quotidianità. Il corpo di Luisa Cortesi vive nei corpi di un ambiente ricreato. La materia della danza abita nell’organismo della donna, come in un luogo di ricerca e meditazione, di smarrimento. Gli ambienti del teatro, enormi corpi architettonici, sono nuovi spazi di azione per questo corpo. Riscoprono la propria esistenza nel girovagare della danza e della platea, in un lungo corteo dislocato. Spazialità e modalità insolite di visione sono generate dall’opera di metamorfosi attuata negli spazi teatrali dell’ex-convento San Domenico. Gli occhi del pubblico seguono i percorsi tracciati dalla danzatrice tra i corridoi, le quinte, sul palcoscenico, nei camerini. Si soffermano nelle nicchie luminose, angoli di luce “elettrica” ritagliati da Massimo Barzagli. Tappe di un percorso alla ricerca di un tempo, uno spazio, una dimensione, dedicati alla scoperta della propria sostanza. Un’essenza che si rivela prepotentemente fisica quanto assente a sé stessa, intima ed emotiva, presente. Questo viaggio dall’esterno, dall’aperto, all’interno, al chiuso, appare anche curiosamente artificiale ed ermetico. Gli spettatori ne sono avidi, desiderosi di superarne i confini, gli schermi, i muri, le pareti, che li separano dal limite fisico tra il loro corpo e il corpo mostrato. Non c’è frontalità: davanti e dietro, sotto e sopra, testa e gambe, mani e piedi si scambiano posto in assenza di gravità.
Con la Cortesi e Barzagli non esiste il teatro del palcoscenico, esistono schermi, pavimenti, pareti: le stanze. Il pubblico sale sul palco, o si accovaccia in corridoio con il naso appiccicato al vetro appannato di un portone, in un goloso tempo vouyeristico. Osserva curioso i passi, i ritmi del sonno, del sogno, della veglia. Si attua un superamento dei ruoli, valicamento dei confini fisici. Può essere un luogo qualunque, della quotidianità, oppure uno spazio simbolico, un intimo contenuto delle abitudini. Tutto è dentro il corpo plastico di una ballerina, in bilico tra l’equilibrio e la vertigine della danza.
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silvia scaravaggi
spettacolo visto il 30 settembre 2006
*photo credit: Massimo Barzagli e Elena Foresto
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