Categorie: altrecittà

ricci/forte, Darling | CSS, Udine

di - 23 Novembre 2014
Per la prima volta, la principale protagonista del teatro di ricci/forte sembra essere l’installazione. Una struttura modulare che si fa contenitore versatile in grado di muovere l’intero spettacolo. Nella successione delle scene è infatti container, dimora domestica, finestra di un teatrino, nave, foresta, che continuamente viene abbattuta e smembrata per rivelare le grigie pareti di una facciata luccicante.
Il sipario si apre proprio con una delle scene visivamente più suggestive, che vede i tre protagonisti maschili (Gabriel Da Costa, Piersten Leirom, Giuseppe Sartori) elegantemente naufragati. Tutt’attorno, il suono stridente dei gabbiani-avvoltoi ha preso il posto del canto ammaliante delle sirene, di cui non rimane che un lontano ricordo. Un sogno, che è stato troppo tempo chiuso nel cassetto e per questo appare ancora ben confezionato, ma oramai deturpato. Porta il volto della maschera avvizzita di Anna Gualdo, che con parrucca bianca e abito nero settecentesco, simili al Dracula di Coppola, si erge come un’Assunzione. Ma non è nè la salita nel regno dei cieli, nè quella nel mondo del lavoro. È piuttosto il lamento disperato per aver perduto tutto ciò che è stato costruito e in cui credevamo: le buone maniere, la giustizia, il rispetto per la persona. Ma soprattutto l’amore nei confronti del prossimo, che da copertina rassicurante si fa coltre soffocante.
Scopriremo così che i gabbiani non sono solo là fuori, pronti a farci a brandelli nella giungla della vita, ma sono soprattutto dentro, all’interno di noi stessi e delle mura domestiche che tanto ci hanno cullato. Se la psicanalisi italiana in questi ultimi anni si è incentrata in particolare sulla morte del padre, già introdotta alla fine degli anni ’30 da Lacan, ricci/forte ne uccide anche la madre. Con questa scena secca e chirurgica, in cui l’intensa Anna Gualdo viene meticolosamente spogliata, si introducono altri temi drammatici e attuali come il femminicidio e lo svilimento della cultura in Italia. Cultura che, citando le parole di Massimo Recalcati, “coincide con la Legge della parola che interdice l’accesso immediato al godimento incestuoso, costringendo la pulsione a soddisfarsi attraverso un giro più lungo”.

Ed è proprio la parola, assieme alla visionarietà inquietante di molte scene ad essere l’altro elemento che segna un mutamento importante dell’ultima performance della compagnia. Una parola ancora esasperata, pronunciata in diverse lingue, dall’inglese al tedesco. Forse al russo, ma soprattutto in italiano e francese, le lingue dei protagonisti in scena che, come spesso accade, impersonano se stessi e la loro disperazione, sviscerata ed esposta come carne, che la regia – sempre impeccabile -, ama portare al macello. Una parola svuotata che recita con la voce impostata e manierata dalla finestra dei social network. O divertente e crudele come nel teatrino di marionette, interpretato da un Piersten Leirom sempre più versatile, in grado di oscillare fra la disarmante tenerezza del cigno-brutto anatroccolo di Imitationofdeath e la più cinica cattiveria in Darling.
Darling come tesoro, come qualcosa di prezioso che però ha smesso, forse per noia, di luccicare. Pronunciato in modo meccanico, senza il significato che dovrebbe avere. Senza più nemmeno un filo di voce. Come fosse un numero. Le parole sono solo numeri, come gli esseri umani? O quei numeri violentemente gridati all’interno del container smembrato sono quelli delle stragi, dei disoccupati, degli anni di attesa? O dei naufraghi nel Mediterraneo? E, soprattutto, quei naufraghi sono quelli della Laguna Blu, che cercano di ripartire dalla purezza e libertà della vita (dove per libertà si intende il rispetto altrui) e dove la nudità è simbolo di verità o sono solo le bestie di questa preistoria che scimmiottano meccanicamente e si spogliano per puro narcisismo?
Legge della parola o legge della giungla?
Il sipario si chiude lasciandoci questo dubbio.
Un Walzer di Strauss e poi un secco black out.
Eva Comuzzi
spettacolo visto il 25 di ottobre
Darling, 1’40
CSS – Teatro Stabile di Innovazione del FVG di Udine
drammaturgia: ricci/forte
regia: Stefano Ricci
con: Gabriel Da Costa, Anna Gualdo, Piersten Leirom, Giuseppe Sartori
assistente alla regia: Liliana Laera
direzione tecnica: Davide Confetto
suono: Thomas Giorgi
Prossime date:
17.12.2014, Teatro Stabile, Potenza
06.02.2015, Teatro Astra, Vicenza
21/22.02. 2015, Teatro Kismet, Bari
24/25/26.03.2015 MC93, Festival Le Standard Idéal, Théâtre de Montreuil, Paris

Nata nel 1977 è storica dell'arte e curatrice, collabora con MOROSO e ArtVerona. Lavora per diversi anni alla Galleria d'Arte Contemporanea di Monfalcone, specializzandosi nell'operato delle giovani generazioni. Al termine di questa esperienza, fonda NASAC (Nuova Accademia delle Arti Storico-Artistiche Contemporanee), progetto itinerante e trasversale che ha lo scopo, attraverso delle lezioni aperte a tutti, di far conoscere e divulgare le arti e la loro connessione con le altre discipline.

Visualizza commenti

  • ma che Darling sia ispirato all'Orestea non conta nulla, nella recensione? che quegli uccelli possano alludere alle Erinni, non dà alcun elemento interpretativo? eppure, che la distruzione è interiore, si è capito...!
    Bravi come sempre Ricci/Forte e bravissimi gli attori, bravissima Anna Gualdo/Clitennestra, e raffinatissima la rivisitazione drammaturgica dell'Orestea.

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