Vista dall’equatore, l’arte contemporanea africana ha tutto un altro colore. La voce del continente nero ha iniziato a farsi intendere da circa un decennio in storiche mostre internazionali come Africa Explores, Seven Stories about Modern Art in Africa, Images of Africa o Unpacking Europe, Documenta XI o la Biennale di Johannesburg, che hanno portato in luce un’arte ancora poco documentata e poco acquistata dai musei occidentali.
Anche ciò è frutto di una storia dell’arte eurocentrica ed evolutiva che sottovaluta il concorso delle culture altre alla formazione dell’identità europea risalente ad un Rinascimento che marchiò l’Africa come continente «congelato» in un eterno presente, primitivo e senza storia, da conquistare, convertire e sfruttare. Un continente a margine, che nel Novecento conosce pochi momenti di gloria, tra cui la scoperta dell’art negre da parte dei cubisti, l’esotismo della negritudine o la reazione orgogliosa del neoprimitivismo.
Eppure, all’inizio dell’era concettuale occidentale Marcel Duchamp sembra avvalersi di un “gesto africano”: lo sfruttamento di oggetti d’uso quotidiano in funzione estetica, per decostruire la tradizione pittorica legata ancora alla mimesis e alla
A sostenerlo, attraverso un’analisi alternativa di concetti quali il modernismo, il postmodernismo, la diaspora, l’esilio, la memoria o l’identità, è Afriche, Diaspore, Ibridi (a cura di Eriberto Eulisse, AIEP Edizioni), primo libro in Italia dedicato al
Visti dall’equatore, Jean Clair, Germano Celant e Harald Szeemann, pur con le loro differenze, sono tutti figli del medesimo pregiudizio europeo: nessuna Biennale di Venezia si salva. L’accusa di intellettuali africani di spicco come Salah Hassan (Cornell University di New York), Okwui Enwezor (direttore dell’ultima Documenta) Valentin Mudimbe, Ali Mazrui è quella di aver negato (Clair) o segregato (Szeemann) il contributo africano nell’evoluzione dell’arte del secondo dopoguerra. Ma le cose stanno cambiando. Se è vero che «l’arte che non si mostra non esiste», l’arte contemporanea africana sta finalmente iniziando a esistere. E questo libro aiuta a comprenderne i problemi e le vicissitudini.
articoli correlati
Chris Ofili al padiglione della Gran Bretagna in Biennale.
Double dress. Yinka Shonibare.
link correlati
http://www.africaemediterraneo.it/rivista/presentazione.htm
http://www.comune.bologna.it/iperbole/africheorienti
nicola angerame
Gli spazi della Thomas Dane Gallery di Napoli ospitano una mostra che riunisce otto artisti, da Tatiana Trouvè e Anri…
91.500 visitatori, oltre 170 istituzioni e vendite solide fin dalla preview. Così la fiera rafforza la centralità di Hong Kong,…
Dopo la chiusura del 2024, il Contemporary Jewish Museum di San Francisco ha deciso di mettere in vendita la propria…
Lunario per sonnambuli: l'artista Zaelia Bishop esplora il rapporto tra parola e immagine, partendo da un territorio notturno e simbolico.…
Giorgio Di Noto interroga la fotografia attraverso materiali d’archivio segnati da cancellature e interventi censori: la mostra alla Galleria Eugenia…
Alla Casa dei Tre Oci di Venezia, una mostra attraversa oltre cinquant'anni della pratica concettuale di Joseph Kosuth, tra opere…