E non a caso i due allestimenti si differenziano per la quantità di luce che li colpisce. Un caldo soft-tone per Gaudì, a ricordare la solitudine di un titano dell’architettura, mentre una luce invasiva caratterizza il luogo della mostra degli Archigram, in sottile analogia con l’impatto delle loro idee sulla cultura architettonica coeva.
“Architectural telegram”, radice del nome, sta a sottolineare la velocità con cui dovevano essere diffuse le loro proposte di architettura. E alla stessa velocità si diffondeva la nuova cultura pop, si sviluppavano le scoperte scientifiche, si strutturava l’antropologia.
Desmond Morris risemantizzava l’uomo, il suo modo di agire partendo dal comportamento animale, Mary Quant faceva conquistare nuovo spazio psichico alla donna, cominciando dalla minigonna, i Beatles rivoluzionavano il concetto di musica. IT’S ALL HAPPENING!
Con la loro freschezza intellettuale riescono ad introdurre un vero e proprio modo di concepire le “attrezzature” per la città , fino a rimettere in gioco il termine stesso di città.
Plug in City, la città delle connessioni, dall’obsolescenza programmata, dalla intercambiabilità delle parti e dall’ossatura sede della mobilità.
Walking City, la megastruttura mobile, indipendente dal suolo e con bracci telescopici per “connettersi” con le altre Walking Cities oppure con le superstiti Old Cities.
E ancora Istant City, “il modulo sociale” che, all’interno di un grosso dirigibile, atterra nei luoghi depressi e comincia ad attivare una serie di funzioni ludiche/culturali, ma non solo, ricreando il luogo città nel suo significato più positivo.
Plug in, walking, istant significa connessione, movimento, velocità e non a caso nasce questa coscienza proprio in quel momento in cui gli sforzi in direzione Luna, stavano per dilatare lo spazio psichico dell’uomo più di quanto avesse fatto Colombo quasi cinquecento anni prima. Proprio gli Archigram dichiaravano: “…è pensabile che sotto l’impatto della seconda età della macchina il bisogno di casa nei termini di contenitore stabile e permanente, come parte del carattere psicologico dell’uomo, scomparirà.”
Cosa ha generato nella cultura architettonica una simile posizione? La risposta è purtroppo, almeno nel caso dell’Italia, “paura”. Le accademie, che avvertivano una certa crisi di dialogo tra i loro calcificati dibattiti e la velocità di trasformazione del mondo contemporaneo, provavano un senso di allarme per quei profanatori del “tempio” architettura. La prova è che non tarderà molto ad affiorare una tendenza di gusto conservatore, il post-moderm, che inquinerà il terreno fecondato da ogni energia innovativa degli anni sessanta/settanta.
Un occasione quindi per visionare l’opera di questi precursori dell’architettura futuribile, l’architettura del nuovo nomade.
Un’occasione da cogliere, visto lo snobismo calcolato, dimostrato dalle scuole di architettura e dal relativo mondo dell’informazione, almeno in tempi passati.
L’invito è quello di andare alla mostra della Triennale, con l’intento di riflettere e fare un bilancio sui mutamenti avvenuti e percepiti dagli Archigram e, magari, approfondire alcune intuizioni mai divulgate.
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Desidererei sapere quali siti visitare per ottenere maggiori informazioni sul gruppo degli Archigram (disegni, tavole, progetti, idee, ecc.).
Come studente di architettura non posso permettermi l'ignoranza di non conoscerli, te ne sarei molto grato.
ADIOSU!!!!!
SAL...
Caro Jonathan,
potresti usare un motore di ricerca con le parole Archigram, Peter Cook, Ron Heron, Cedric Price ...
in biblioteca puoi consultare la rivista "Archigram" o il catalogo "Radiaclas" di Gianni Pettena ...
se trovi qualcosa di interessante facci sapere.