La copertina potrebbe ingannare; il “pittoresco” intreccio di elementi costruttivi realizzato da Randy Brown in Nebraska sembra la premessa per una celebrazione della scuola Gehry & Co. Ma questo ennesimo proselite del Vitra-HQ-style, per altro pregevole, è l’ unico esempio in questo numero: le nuove frontiere degli spazi per uffici vengono infatti investigate con pari opportunità tra le varie tendenze contemporanee (escludendo chiaramente i rigurgiti postmodern, ma questo non occorre specificarlo quando si parla di AR). E questa impostazione politically correct porta a riscoprire l’ ampio ventaglio in cui si è aperta l’ eredità del movimento High Tech, qui abbondantemente rappresentato.
In apertura esordisce il controverso intervento di Hopkins adiacente il Parlamento di Westminster a Londra. Un orripilante mastodonte denso di discutibili formalismi, che però guardato con attenzione mostra una sua logica, una particolare intelligenza, quasi un fascino incompreso … ma non aspettatevi di cominciare ad amarlo.
I piatti forti sono invece il grattacielo a Sidney di Renzo Piano ed il nuovo apporto alla City londinese di Rogers. Progetti interessanti e particolari; il primo un po’ acerbo a confronto con il successivo progetto di Piano per New York; il secondo interessante per la ridefinizione dell’ impatto dell’ edilizia per il terziario sulla scala urbana, tanto come mole quanto come rapporti tra interno ed esterno, ma realizzato un po’ in ritardo rispetto allo stato di evoluzione del pensiero di Rogers.
Notevole la vetrata sospesa a giacitura curva nel Palazzo del Governo Locale di Dublino realizzato da Bucholz McEvoy, anche se la notevole pulizia dell’ impianto strutturale si autocelebra poi in un linguaggio manierista.
Interessante, ma non certo da copertina, il sorprendente Alsop & Stormer ad Amburgo: va guardato con un po’ di attenzione per riconoscervi le peculiarità dell’ autore.
A contorno una Banca a Borken (D) di Bolles Wilson, uffici a Londra di Matthew Priestman, una casa “da spiaggia” di O’Herlihy; e, udite udite, l’ intervento di Foster sul British Museum.
Marco Felici
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