Un vincitore del Pritzker Prize non ha bisogno di presentazioni. Se poi si tratta di un vessillo nazionale come Renzo Piano (Genova, 1937) si rischia il pleonasmo. La mostra che gli dedica il Louisiana Museum è l’ennesimo tributo a un indiscusso maestro dell’architettura contemporanea e chiude il ciclo quinquennale intitolato The Architect’s Studio: una serie di esposizioni, realizzate in collaborazione con la Fondazione Margot e Thorvald Dreyer, che ha visto sfilare personaggi come Frank O. Gehry, Henning Larsen e Norman Foster.
Come risulta evidente sin dal titolo, l’obiettivo principale della mostra è quello di offrire una visione endogena del modus operandi di ogni architetto invitato, svelandone i
Nella fattispecie, l’autenticità dell’allestimento è garantita dalla partecipazione diretta del Renzo Piano Building Workshop (Genova-Paris): nella Column Gallery e nella Hall Gallery del Museo sono “consultabili” veri e propri archivi multimediali della bottega dell’architetto ligure –dalle maquettes ai video, dalle foto ai bozzetti–, relativi a spettacolari costruzioni come l’aereoporto internazionale Kansai (1988-94) su un’isola artificiale nella baia di Osaka o la ricostruzione di Potsdamer Platz (1992-2000) a Berlino.
Osservando nel complesso questi recenti lavori, si coglie l’estrema dinamicità di Piano: difficilmente si rintracceranno stilemi ricorrenti e ancor meno adesioni a un concetto rigido di abitare. E tuttavia -pur nella varietà di materiali, strutture, edifici- permane un’impronta costante, un idioletto persistente: Kjeld Kjeldsen parla di una “grande
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