A testimonianza che si trattava di un evento importante nell’ormai sterminata bibliografia munchiana, la vernice alla Fondazione Beyeler contava tra gli ospiti la regnante norvegese. Erano anni, decenni forse, che in Europa non si vedeva una rassegna così completa dedicata a Edvard Munch (Loten, 1863 – Ekely 1944). Per il diletto di coloro che a Basilea si recheranno in occasione di ArtBasel.
Come si addice a ogni mostra che coniughi appeal nei confronti del pubblico e rigore dal punto di vista storico-critico, il catalogo assume il ruolo di complemento fondamentale all’intelligibilità. Fra i quattro saggi che vi si possono leggere, quello di Øivind Storm Bjerke rende al meglio l’idea che ha indotto la scelta dei pezzi esposti –provenienti da un centinaio di prestatori pubblici e privati– e l’impaginazione allestitiva. La tesi di fondo è presto detta: non approfondire il solco delle interpretazioni psico-biografiche dell’opera munchiana, spesso legate a doppio filo con un approccio iconografico che perde di vista la complessità della sua produzione. Di converso, la mostra pone l’accento sulla tecnica. Così si spiega l’abbondanza di disegni e incisioni, nonché la presenza di diverse versioni del “medesimo” soggetto (pensiamo alla Madonna del 1895-97, accompagnata dalle cinque omonime litografie –di cui due colorate a mano– risalenti al periodo compreso fra il 1985 e il 1913. E si potrebbe ampliare il confronto almeno con un’altra litografia hand-colored del 1896, intitolata På kjærlighetens bølger, ossia Sulle onde dell’Amore).
Questa focalizzazione non ha però un fine meramente filologico. Se osservati con la lente dell’accorgimento tecnico e “operativo”, anche la celeberrima esposizione delle tele alla furia degli elementi e il rifiuto da parte dell’artista di qualsivoglia trattamento conservativo permettono, da un lato, di svincolarsi dal cliché del genio sregolato, dall’altro di tornare alla lettura dei soggetti con una cassetta degli attrezzi adeguatamente rifornita.
Una sezione della mostra è particolarmente interessante in questo senso: 1909-1919. Fotografia, film e movimento. Ossia: come interpretare le soluzioni tecniche adottate nel trattamento di alcuni nudi alla luce delle influenze esercitate dal recente sviluppo di fotografia e cinema. La lettura “simbolista” cede allora il passo a prospettive, se non inedite, almeno stimolanti. Utili altresì per approfondire la qualità figurale, eminentemente moderna, di molte prove munchiane, sospese tra figurazione e astrazione. Legate a uno spazio della memoria che non è mimetico né antimimetico: “Non si deve dipingere cosa si vede, ma cosa si è visto”.
In altri termini, non si tratta di raffigurare né di trasfigurare la “realtà”, ma d’offrire equivalenze. Przybyszewski lo definì “naturalismo psichico”. Il circolo si chiude: Munch diventa precursore dell’Action Painting, con buona pace di Greenberg e un punto assegnato a tavolino per Rosenberg.
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