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fino al 15.VIII.2010 | Tactics of Invisibility | Vienna, Thyssen-Bornemisza

di - 30 Luglio 2010
Se l’invisibilità segue la logica
di una tattica, vuol dire che almeno qualcosa di percepibile, una traccia
qualsiasi, è nell’aria o sul terreno di gioco. Dell’arte o della vita, non
importa, ormai non fa più alcuna differenza. Tactics of Invisibility ha, come contenuto, il sapore
etnico del vicino Oriente che è già arrivato da molto in Europa, e che può
arrivare ancora con un semplice soffio di vento da quel mondo in bilico da
secoli tra est e ovest, islam e cristianesimo.

Sì, la Turchia, crocevia di scambi
culturali e diaspore. Terra d’origine, tanto per dire, di un artista come Kutluğ
Ataman
, presente
ormai da molti anni in eventi espositivi mondiali, nonché viennesi. Come
questo, a cui lui non poteva certo mancare. Peccato davvero che in Italia si
sia dovuta attendere la fondazione di un museo nazionale del contemporaneo per
dare spazio alle sue narrazioni video-drammaturgiche.

Si chiama Dodici la sua installazione consistente
in video-proiezioni simultanee su sei schermi. Risale al 2004, qui adattata in
una suggestiva ambientazione che li fa emergere dal buio come fantasmi. Dodici,
perché sei persone narrano di una loro strana doppia esperienza: hanno tutti
memoria di una vita anteriore dalla quale hanno ereditato tracce ora presenti
sul proprio corpo nell’esistenza attuale. L’enfasi e i dettagli dei racconti
sembrano dissolvere ogni dubbio sulla possibilità che la cosa sia realmente
accaduta.


Ma l’accesso nella zona liminale
tra visibilità e invisibilità ha luogo innanzitutto in una installazione di Nasan
Tur
che assembla
dieci comunissimi televisori. Ognuno emette riprese fatte con tecnica da
video-sorveglianza su indirizzi corrispondenti a moschee o centri di ritrovo islamici
in strade e quartieri di città tedesche. Sono spazi costretti all’anonimato, al
mimetismo, privati di simboli decorativi e identitari.

La mostra è dedicata unicamente ad
artisti turchi, almeno di origine; quindici i nomi, di cui due collettivi.
Mettono in evidenza una non comune padronanza espressiva nell’affrontare temi
antropologici in cui la tattica dell’invisibilità, del mascheramento, della
sparizione permane come sintomo residuale di spettri ancestrali. Tra loro ci
sono Sarkis, Füsun
Onur
, Ayşe
Erkmen
, artisti
che per primi negli anni ‘90 hanno aggiornato gli strumenti della ricerca per
aprire a tematiche di migrazione, multinazionalismo, identità e di critica a
certa retorica socio-culturale.


Colpisce per intensità il lavoro di
Esra Ersen.
Presenta un esperimento pedagogico sotto forma di transfert condotto su una
classe elementare austriaca, a cui viene imposto il modello educativo turco tradizionalmente
basato su pratiche di carattere coercitivo e nazionalistico. Dopo qualche tempo
i bimbi austriaci, a cui viene imposto anche di indossare il grembiulino
scolastico in uso in Turchia, si sono assuefatti a quel modello, mostrando
timori e soggezione.

L’opera (collocata in altra sede)
assembla ordinatamente i grembiulini su cui sono state stampate frasi di
auto-disciplina tratte dai diari degli scolari, del tipo “Io sono turco, io
sono onesto, io sono diligente…”
– questo è anche il titolo dell’installazione – e un
video-documentario che contestualizza quell’esperienza.

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Tactics of Invisibility

a cura di Emre Baykal e Daniela
Zyman

Thyssen-Bornemisza Art
Contemporary – T-B A21

Himmelpfortgasse,
13 – 1010 Vienna

Orario: da
martedì a domenica ore 12-18

Ingresso
libero

Catalogo
disponibile, € 19

Info: tel. +43
15139856; fax +43 15139856;
info@tba21.org; www.tba21.org

[exibart]

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