Pascale Marthine Tayou (Yaoundé, Cameroon 1967, vive in Belgio) ha fatto della sua condizione d’immigrato l’espressione di tutta una generazione di uomini e in secondo luogo di artisti: quelli che si pongono “in between”, quelli che sono africani e nuovi cittadini d’Europa, quelli che la storia ha portato a far vivere al contempo la cultura d’origine e le esperienze occidentali.
Tayou ha trasfuso tutto questo nel suo lavoro, tracciando i contorni della recente immagine dell’Africa post-coloniale, fatta di antiche tradizioni e simboli di una nuova economia. Ed oggi, proprio la città in cui si è stabilito, e che negli ultimi dieci anni ha molto seguito il suo lavoro, gli dedica una grande mostra, che si presenta come una ricapitolazione di quello che è stato, ed un preludio per altro ancora.
Abbiamo imparato a conoscere il lavoro di Pascale Marthine Tayou come fosse un diario, sia che si tratti di un vero e proprio racconto intimo –come nel caso della video istallazione presentata lo scorso anno al Macro di Roma– sia che si tratti di sculture, disegni o fotografie, com’è per le vecchie opere ricostruite in occasione di quest’ultima esposizione. Allo Smak sono presentati, infatti, disegni e sculture della metà degli anni ’90 in cui più fortemente si sente il legame dell’artista con la terra d’origine, sia per i materiali usati –primi fra tutti il legno e scatole di cartone– sia per le tematiche affrontate e le strutture scultoree a totem.
Poi il rapporto con la cultura dell’”altro” (vissuto in Africa come “colonizzatore”) si è fatto più personale e Tayou ha intensificato la sua ricerca artistica sul concetto di identità nazionale, cercando di darne una nuova definizione, meno legata a simboli precisi. Così è per la recente Import/Export in cui scritte e loghi del Cameroon vengono presentati in un collage di stickers e insegne al neon, giustapposte alla Fashion street, tipico mercato di strada africano allestito nella stessa sala. Così è pure per la Colonie de Foulard, un serpente di stoffe tradizionali di vari paesi e bandiere (già viste in Afrodisiaque, Aphrodiziak, Afrodisiac a Roma nell’ambito della mostra Tutto Normale, nel 2002) che superano il prototipo dell’identità nazionale, per assumere di più ad un concetto di universalità e globalità.
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