Pochi in Italia conoscono l’opera virulenta di Francis Picabia (1879-1953), artista nomade che ha attraversato i continenti come gli stili pittorici. Affermatosi nel mercato d’arte francese come epigone degli impressionisti, diventa poi la pietra dello scandalo all’Armory Show (1913) in America. Provocatore dada, dalle macchine e meccaniche ritratte minuziosamente come icone, si muove verso una pittura che accumula immagini romaniche e rinascimentali. Rinnovando tecniche e soggetti, passa dal collage di piume e maccheroni a tele dalla densa pasta di colore coperte solo di punti piccoli come stelle.
Lontano dalle scuole e dalle teorie estetiche, Picabia si inserisce nella storia dell’arte come una figura felicemente anacronica, capace di esporre ritratti di giovani spagnole di fattura accademica in piena temperie surrealista, preso a esaurire le possibilità stesse della pittura assieme a Tzara e Breton. Una pittura che ogni volta – come una fenice – rinasce dalle sue ceneri. L’allestimento, didattico quanto poco innovativo, non restituisce appieno questa compresenza di stili e poetiche, preferendo una netta scansione cronologica costruita après coup.
Ma il merito scientifico della mostra (che vale di per sé un viaggio a Parigi) è senza dubbio la messa in luce del lavoro svolto da Picabia sulle immagini già esistenti, che traspone con il pennello sulla tela. Cartoline e fotografie di paesaggi, disegni tecnici presi da riviste scientifiche, modelle nude in posa per riviste erotiche, pubblicità e manifesti. Di questo si nutre l’immaginario famelico di Picabia, nichilista appassionato e ironico che relativizza la nozione di autore e di
Un clamoroso anticipo sul dilagare della cultura di massa e sulla pop art; in altri termini, come disse Andy Warhol, “I like Picabia al limone con funghi”. E del resto questa retrospettiva pare richiamare Cher peintre, mostra tenutasi di recente al Centre Pompidou incentrata sul debito che i pittori figurativi degli anni Ottanta – da Kippenberger a Polke – hanno contratto con i suoi nudi degli anni quaranta.
E’ necessario infine spendere qualche parola sul catalogo, concepito e considerato sempre più come strumento indispensabile alla piena intelligenza di un’esposizione. Se venisse assegnato un premio alla peggior grafica, il presente catalogo rientrerebbe nella rosa dei primi tre. Copertina cartonata verde pistacchio stile
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riccardo venturi
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... uno dei più adorabili precursori del Contemporaneo, o forse anche il più adorabile!