La compulsione al viaggio, l’ossessione nomadica, la necessità di smarrirsi e permanere fuori centro. Non una sola direzione, ma un incrocio di infiniti vettori, canali, binari, cunicoli, ponti, visioni allucinate e ardite fughe prospettiche. Landscape impossibili si intrecciano e si sovrappongono: un balzo inconsulto dal reale verso il mentale. Franz Ackermann (Neumarkt St Veit, Germania, 1963) è un infaticabile traveller, uno che se ne va in cerca di territori da sondare, squarciare, scomporre, registrare, e poi ricostruire. Le sue note mental maps– lavori su carta concepiti come appunti di viaggio (reali o immaginari)- sono ritratti di luoghi trasformati in personali sistemi di orientamento. L’idea del tracciato, della mappa, del diagramma, si espande sui muri per diventare universo parallelo e incontrollato, (dis)ordine imprevisto in cui perdere fatalmente la rotta. Le pareti diventano città. Le città crollano, implodono, le carte geografiche si scompongono e i territori si sfaldano, ridisegnando i confini arbitrariamente. Gioco eccitante quanto pericoloso. Geopolitica, divertissement decorativo, urbanistica, fenomenologia del viaggiatore, pratica costante della pittura e irrequietezza congenita. Questa ultima personale berlinese presenta nuove produzioni, scenari psichedelici che invadono la stanza. Marcare un territorio non solo e non tanto per descrivere un’area da esplorare, quanto per indagare e sperimentare il senso di occupazione e di possesso, implicando altresì l’esperienza del limite e della restrizione.
Tra due poli oscilla quindi la mostra, in un travel-antitravel che diventa ambiguo stato di mobilità e radicamento, una visione problematica del senso d’appartenenza (locale e identitario). In questo suo “cartographic cabinet” Ackermann accosta a un wall painting su pannello -in cui è riconoscibile una cartina dell’Europa capovolta- alcuni oggetti-reperto, il corredo standard del globe-trotter che reinventa di continuo una dimora: sacco a pelo, TV, libri, un souvenir, una borsa termica, un pacco postale… La parete posteriore, dipinta con toni più cupi e solcata da scritte in arabo, è protetta da una grata in ferro, con estremità acuminate. L’inquietudine, la sensazione di timore, l’incubo del controllo e della diversità affiorano per contrasto, con immediata violenza.
Nella stanza c’è poi un paravento trasparente, in vetro e metallo. Una di quelle barriere per i militari di guardia, con in alto la feritoia da cui sparare: postazione di difesa ed aggressione insieme.
L’intero ambiente è un’esplosione cromatica di pitture murali, mondi che si frantumano, si rovesciano, schizzano via, lungo traiettorie vitali ed angosciose. Ridisegnando pezzi di un mondo caotico e in costante trasformazione.
helga marsala
mostra vista il 5 settembre 2004
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