L’Africa vista dai suoi figli. Un mix di forme archetipe e di sguardi proiettati nel futuro. Ma quale futuro? Quello delle guerre atomiche e degli attacchi terroristici, dei conflitti generazionali e dei sogni frantumati? O quello a cui fanno riferimento le tele dipinte con quello stile un po’ fumettistico -dai colori sgargianti- da Chéri Chérin, Moke, Richard Oyango, Chéri Samba? Uno stile, il loro, che ricorda le insegne delle piccole botteghe africane. Il messaggio è diretto, il linguaggio apparentemente ingenuo.
Con vivace intuito Jean Pigozzi, collezionista italo-svizzero, quindici anni fa ha saputo riconoscere nell’arte africana contemporanea tutta la sua grandezza. “È sorprendente che né il Moma, né il Metropolitan, la Tate, il Centre Pompidou o altri grandi musei nel mondo abbiano una collezione di arte contemporanea dell’Africa subsahariana.”, afferma Pigozzi. La sua collezione, pertanto, é ad oggi la più nutrita raccolta privata che esista, di cui 100% Africa é un’ampia selezione. Dopo le tappe di Houston, Monaco e Washington, i lavori di venticinque artisti dell’Africa subsahariana, selezionati dal collezionista e dal suo curatore André Magnin, approdano al Guggenheim di Bilbao, complice l’intervento straordinario di Ettore Sottsass (in collaborazione con Marco Palmieri), che ha firmato l’allestimento delle sette sale al terzo piano.
Ricorda i preziosi giocattoli che sanno realizzare i bambini africani con le lattine delle bevande il grande volatile tecnologico di metallo riciclato sospeso in aria: Titos Mabota utilizza il motivo dell’aereo che diventa uccello, trasformandosi in simbolo di pace. Il percorso della mostra ha inizio con quest’opera, anche se l’introduzione é al piano terra, con la jeep vera, targata Harbour Island 318 Bahamas, di Esther Mahalangu, dipinta con lo stile geometrico e le stesse cromie con cui le donne della sua tribù ornano le pareti esterne delle abitazioni nei villaggi sudafricani.
Il racconto di un’Africa piena di contraddizioni é esplicito -vociare, musiche, rumori- nei video di Pascale Martine Tayou, e sottinteso nei lavori che reinterpretano aspetti rituali, come quelli rappresentati dalle maschere. Calixte Dakpogan usa accendini, paraurti, pezzi di pneumatici, videocassette, mentre Romuald Hazoumé sega a metà le taniche di plastica trasformandole in volti stilizzati. L’immaginario degli artisti africani -con grande spazio all’ironia e alla fantasia- é spesso popolato di figure fantastiche, al confine tra gnomi e spiritelli: le creature che George Lilanga scolpisce nel legno sono vestite à la mode, più primitive quelle che dipinge su tela.
Quanto, invece, al legame con la storia -soprattutto quella di passaggio dal colonialismo all’indipendenza- a documentarla c’è la fotografia. Malick Sidibé e Depara offrono uno spaccato delle contaminazioni culturali con i giovani della loro generazione che ballano il twist o il cha cha nei club di Bamako o di Kinshasa. Vintage del celebre Seydou Keïta impreziosiscono la sezione fotografica, insieme ai ritratti dei finora sconosciuti Paramount Photographers di Lagos. J.D. ‘Okai Ojeikere si sofferma sulle acconciature delle donne della Nigeria, più che semplici ornamenti: vere “architetture”, ma anche simbolo di appartenenza al clan, all’etnia, allo status… Messaggi metaforici si celano dietro una solo apparente semplicità.
manuela de leonardis
mostra visitata il 31 ottobre 2006
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