Nel 1897 il madrileno Jéronimo Medrano fondava a Parigi una delle più famose compagnie circensi di tutti i tempi. Presto divenuto luogo d’incontro di artisti e intellettuali d’avanguardia, il circo Medrano fu anche per il giovane Pablo Picasso più che una semplice occasione di svago. Ne sono prova i moltissimi disegni, fra schizzi e bozzetti per opere poi solo in parte realizzate, che già a partire dal 1904, ovvero dall’approdo del malaghegno a Parigi, documentano l’assidua, e quasi ossessiva, frequentazione di figure e temi propri dell’universo circense.
Si tratta di una passione ben radicata nella poetica del pittore, affascinato dalla messa in scena clownesca di verità improbabili, pronte a capovolgere e a sovvertire, nello stretto giro di uno sguardo, e ancora di più nella finzione della pittura, ogni contenuto di realtà. Per svelarne la sottile ambiguità di fondo e affidarne l’interpretazione poetica, dapprima, ad una figurazione slabbrata e dolente –quella propria dei cosiddetti periodi blu e rosa– e poi alla scomposizione del linguaggio cubista, come occasione di una gioiosa quanto sinistramente frammentaria esaltazione della vita nei suoi risvolti più tragici. Nani, ballerine, acrobati, scimmiette, domatori e pagliacci si innestano allora sulla tradizione della maschere della commedia italiana dell’arte e agiscono così, attraverso tutta l’opera di Picasso, come veri e propri archetipi figurativi: immagini ad alto contenuto simbolico, che condensano nello spazio breve della creazione artistica paure, ansie, desideri, aspirazioni e frustrazioni di tutta un’esistenza.
Su questa falsariga è giocato l’intero impianto della mostra, ultimo appuntamento istituzionale delle celebrazioni del 2006 dedicate a Picasso nel centenario del suo ritorno a Barcellona. È proprio in quel momento cruciale, di transizione dalle suggestioni ancora simboliste del periodo blu e dalla loro lenta diluizione nelle tinte chiare del periodo rosa, che ai ritratti feroci e disperati degli
Dalle scenografie e dai costumi per Parade alle opere del cosiddetto periodo neoclassico (Ritratto di adolescente vestito da Pierrot, 1922), e attraverso i ghirigori degli Acrobati surrealisti (1930-33), fino alle pletoriche serie di incisioni e grafiche degli anni Cinquanta-Sessanta, il rituale è sempre lo stesso. Più che mai evidente in una delle acqueforti in chiusura di mostra: Picasso, la sua opera e il pubblico (1968). L’istrione solitario, spossato e incredulo, ha lo sguardo perso nel vuoto e si chiede se il circo da lui stesso messo in opera abbia veramente un senso. O non sia, piuttosto, l’ennesima fatale illusione di una vocazione alla fine vittima dei suoi stessi cinici contraccolpi.
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Una mostra deludente.