Le sculture dell’australiano Ron Mueck -considerazione banale quanto inevitabile- sono più vere del vero. Visitando le sale ariose della Fondation Cartier si ha il sospetto che, appena voltate le spalle, le figure umane debbano iniziare a muoversi di scatto, strizzando un occhio, stiracchiandosi le membra anchilosate, assumendo magari una posizione un poco più confortevole. Oppure che, calata la sera e spente le luci, si rivestano e se ne tornino tranquillamente a casa, come il guardiano di sala che ha finito il turno.
Chi ha osservato dal vero i nudi di Mueck sa bene che, anche a distanza di pochi centimetri, persiste l’impressione che questi omuncoli in fibra di vetro e silicone respirino, come animati da un’impenetrabile vita propria. Ogni dettaglio è reso con una perfezione anatomica diabolica, risultato di un lungo apprendistato nel mondo delle marionette prima e del cinema poi. L’incarnato dei volti, l’affiorare delle vene sottocutanee, la texture dell’epidermide, le rughe di espressione, i peli e i capelli (attaccati uno ad uno), la rugosità dei gomiti, le cute rosa e le macchie sulla pelle. O ancora le pose civettuole di due vecchiette rattrappite, con tanto di baffi e gozzo (Two Women); lo sgomento di un gigante nudo appoggiato nervosamente ad uno sgabello (Wild Man). Senza dimenticare l’intimità di una coppia di mezz’età seminuda, stretta in un tenero abbraccio.
Tuttavia, ad uno sguardo più attento, ci si accorge che, a differenza delle sculture di Duane Hanson –parata
L’umanità del demiurgo Mueck appare di conseguenza indifferente alla presenza dello spettatore, per quanto la somiglianza tra i due sia flagrante. Da quest’ultimo raffronto deriva del resto l’elemento propriamente perturbante, che si innesta proprio quando qualcosa di famigliare ci si manifesta in un volto di assoluta estraneità.
Come avviene nell’impronta e nei calchi, la perfezione nella resa dell’oggetto da imitare, il compimento paradossale della mimesi –ovvero la creazione del doppio– innesca una dinamica perversa e inquietante. Difficile decifrare le reazioni che scaturiscono dall’incontro con le sculture di Mueck: la profonda compassione umana trascolora presto in un senso di nausea. Solo i musei anatomici sono in grado di trasmettere la stessa ambivalenza di sensazioni, come nel caso magistrale della Specola di Firenze, con i suoi corpi di cera squarciati e gli organi interni all’aria aperta. Come è stato osservato, questi manichini hanno la posa, le sembianze e soprattutto l’espressione di una Venere botticelliana. Come una donna che, pur perdendo organi da tutte le parti, sembra indirizzarci uno sguardo. Se pensiamo che poche settimane fa, ad Amiens, il dottor Dubernard ha compiuto con successo il primo trapianto facciale, c’è poco da star tranquilli.
riccardo venturi
mostra visitata il 10 dicembre 2005
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grande davvero. per quando alla bicocca?
Mueck, grandissimo!
la raja!!!
seko!!!!
genial!!!
é veramente un grande artista!!!!!
Da circa tre anni lo studio, e vi posso dire che è incredibbile...