Può l’Amos Anderson Art Museum di Helsinki, sede di una delle più importanti collezioni finlandesi d’ arte moderna e di seriose mostre istituzionali, dedicare un’antologica ad un artista di appena 41 anni, per di più conosciuto come il “Picasso di Porvoo” (una cittadina del sud della Finlandia)? Se si tratta di Petri Hytönen (Helsinki, 1963), evidentemente sì.
Il talento figurativo del giovane pittore traspare fin dalle prime opere. Articolata secondo cinque aree tematiche (Zero Projects, Toy Paintings, Print Paintings, Lego Paintings, Time Travels), la mostra costituisce un excursus cronologico degli ultimi cinque anni d’attività dell’artista. A queste si aggiunge una curiosa sezione-compendio, Sketch Books, in cui sono esposti i taccuini e i diari che dal 1984 raccolgono schizzi e prove pittoriche.
Il percorso è eterogeneo e, come recita il titolo, getta sul mondo esterno uno sguardo a 360°, tangibile ed emozionale. L’intento edonista di Hytönen è dichiarato. L’artista si diverte (e diverte) giocando con radicati luoghi comuni legati alla sua cultura -il silenzio, la solitudine, la tristezza- acutizzandoli parossisticamente nel tentativo ultimo di demistificarli. Cancelliamo l’immagine stereotipata della Finlandia grigia e silenziosa. Hytönen ci svela un universo di figure colorate e caotiche –extraterrestri, pupazzi Lego, bambole, strani animali– che invadono gli inverni monocromatici della foresta nordica o che popolano moderni agglomerati urbani fatti di mattoncini di plastica. Sono i personaggi fantastici della gioventù che, spuntati dal baule della memoria collettiva, sembrano ricordarci di tenere desto il nostro lato più infantile. La narrazione risulta allegra e vitale come nelle fiabe, rivisitate qui con veloci e disincantate incursioni nella pop art e nel surrealismo naif di un mondo onirico, popolato da visioni intime e personali. Anche il sentimentalismo nostalgico evocato da alcuni lavori più intimisti (Summer story– 2002, Daddy drive carefully– 2003, Still willing to learn– 2003), risulta meno laconico grazie all’uso di personaggi fumettistici e colorati.
Il risultato è fresco, accattivante. Hytönen vuole piacere pur creando, consapevolmente, un’arte “poco-bella” e “poco-ortodossa”, a tratti kitsch. La scelta di dipingere ad acquarello e, nel caso dei landscapes, su basi fotografiche ritoccate “iperrealisticamente”–rifinendo talvolta i particolari con precisione ma più spesso lavorandoli velocemente e sfumandone i contorni- conferisce al tutto un’atmosfera ovattata ed irreale (da lontano i colori sembrano lavorati ad aerografo).
Forse i lavori di Hytönen non hanno grosse pretese artistiche o forse lanciano messaggi talmente esistenziali da poter essere paragonati, come dicono i curatori, a piccoli haiku, positivi e innocenti. Quello che importa è che gli improbabili marziani alla conquista della foresta (Countdownn, 2004), tanto simili ai cari robot di latta di una volta, più che mirare alla distruzione della terra sembrino in cerca di qualcuno che giochi ancora con loro.
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www.helsinkifestival.fi
gaetano salerno
mostra visitata il 24 agosto 2004
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