Pare proprio una strana contraddizione: i locali immacolati del museo prestati a una vischiosa e pensosa “regina di fango”… Ma la tentazione di imbrattarsi nelle viscere della psiche piega a sé persino i corridoi del più lindo museo d’Europa. Così, il Moderna Museet di Stoccolma s’è deciso a ospitare una personale di Ann-Sofì Sidén (Stoccolma, 1962), tra le protagoniste più discusse del panorama dell’arte contemporanea svedese, raccogliendo una breve selezione dei suoi lavori più rappresentativi, dagli anni ’90 a oggi.
Poco importa da dove si inizi, il percorso non vincola né facilita la fruizione delle opere: ci si ritrova immancabilmente spiati, sorvegliati da placidi, perfidi, invadenti occhioni-monitor. Ann-Sofì Sidén viene dritta dritta dal cinema underground svedese, più che dalle arti visive propriamente dette, e i suoi lavori – che nascono da una mescolanza di giornalismo, video, fotografia e ricerca scientifica, con evidenti rimandi al primo Vito Acconci – lo rivelano chiaramente.
Ecco che lo sgabuzzino della serva (Who Told the Chambermaid?), dove i televisori sono incastonati come gemme in una credenza-ripostiglio, in mezzo a rotoli di carta igienica e asciugamani, si trasforma in una grigia stanza dei bottoni, a metà tra Cromwell e l’ispettore Gadget: le pulsanti, nitide e ripetitive immagini di 17 telecamere di sorveglianza, proiettate su altrettanti schermi, bisbigliano all’orecchio che proprio non c’è scampo.
In It’s by Confining One’s Neighbor that One is Convinced of One’s Own Sanità (1995), ci si scopre ripresi dal circuito interno del Museo, dopo che nella prima parte della stessa installazione (1994) le brillanti, patinatissime foto di Frederik Lieberath hanno violato l’intimità fisica e mentale dei nostri dirimpettai, mostrando la soffocante, spoglia, serrata abitazione newyorkese della psichiatra Alice E. Fabian.
Da qui al dito puntato contro la società tiranna e antropofaga che semina pazzia, per poi somministrare felicità in pasticche, il passo è breve. E via di seguito, con l’agguerrita denuncia dell’arcinoto sistema “mercato-malattia”. Con Would a Course of Deprol Have Saved van Gogh’s Ear?, un’ossessiva collezione di pubblicità glamour di psicofarmaci, pare quasi sfidare il pubblico a sbrigliare la matassa intorno a ciò che è da considerarsi sano o patologico.
Ma visto che l’inconscio, anche sedato, è duro da zittire, eccolo rientrare in carne ed ossa – e fango – in QM, I think I Call her QM, 1997, video in cui l’artista stessa, coperta di melma, si aggira in svariate situazioni intenta a svelare, nel raccapriccio generale, ciò che brulica sotto le sottane della società.
Il confine – già di per sé labile – tra scienza, vita privata e pubblica, in questi video si macera fino a diventare permeabile e semitrasparente.
L’analisi dei meccanismi d’esclusione e dei confini invisibili che tengono in piedi la baracca trova infine la sua migliore e non scontata rappresentazione nel video 3 MPH (Three miles per hour, 2003): venticinque giorni a dorso di cavallo attraverso il Texas, ripresi con una leggerezza solare, nel cinismo di una narrazione adamantina che ha per tema quel labirinto di scatole cinesi e trabocchetti sorbiti da una società beata, connivente, felice di essere al mondo.
Il susseguirsi di sequenze narrative interpretate dalla “regina di fango” è stata raccolta dal Moderna Museet in uno sterminato archivio digitale (QM Museum, 2004), creato appositamente per la mostra e acquisito in collezione.
silvia colaiacomo
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