Appena entrati nella sala delle Turbine, si è preceduti da una sottile nebbiolina che inizia all’ultima realizzazione del danese Olafur Eliasson. Ancora una volta l’intelligenza nordica stupisce, ancora una volta si ha la conferma di quanto alla base di ogni opera d’arte ben riuscita vi sia un progetto profondo; il materiale, (elementare) in questo caso diventa riferimento, e l’opera completa, un rimando interno alla Tate, ex centrale elettrica da cui Eliasson prende come elemento modulare le lampadine che così bene la rappresentano. Poi la luce, soffusa che avvolge.
Le persone sono sedute, sdraiate, o semplicemente ferme a godersi lo spettacolo. Posizionato in alto, sul fondo dello spazio espositivo, un enorme sole. E’ formato da duecento lampade monofrequenza, le stesse usate per l’illuminazione stradale, montate dietro ad uno schermo circolare. Guardandolo più attenzione, si nota che la metà viene riflessa dalla superficie specchiata del soffitto, che ne duplica l’effetto.
Un leggero gas fumogeno viene emanato constantemente da macchine per ricreare il vapore acqueo, garantendo un effetto surreale di sospensione; l’odore, leggero, entra anche nelle altre sale. Viene annullato l’effetto-neon generalmente presente nelle gallerie, le sagome delle persone, sfumandosi, si mischiano con il pulviscolo dei gas; la particolarità della luce e la consistenza dell’aria oltre a ricreare un‘atmosfera rilassante e lisergica, ricopre persone e oggetti.
Non ci si ferma a pensare se si è di fronte ad un’opera riuscita tecnicamente o esteticamente, non è richiesto. La sua efficacia è dimostrata da qualcosa di diverso e di più potente: la costante permanenza del pubblico, che si gode questo succedaneo della luce solare, immerso nella stessa aria rarefatta delle discoteche.
E’ caratteristico di Eliasson lavorare su superfici estese (la sala delle turbine è larga 23 metri e lunga 155) e stravolgerne il senso corrente, come in un suo intervento del ’98 a Stoccolma, dove ha liberato una sostanza colorante atossica nel fiume danese per modificarne il colore. Con interventi apparentemente minimi ricrea una natura artificiale, lirica ed artefatta. E’interessato allo stato naturale delle cose e ai suoi possibili cambiamenti, sempre convinto che “La natura non esiste di per sè, ma coincide con il nostro modo di guardarla”.
carola bonfili
mostra visitata il 2 marzo 2004
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veramente indiscutibile!!